San Benedetto maestro dell’infanzia e dell’adolescenza

Di don Massimo LAPPONI.

Prima parte

Qualche tempo fa, introducendo il sermone di San Claudio de la Colombière sulla presentazione della Santissima Vergine al tempio, facevo la seguente considerazione: «Come chi ha commesso un aborto può riscattarsi salvando molte altre vite umane, così chi ha sciupato la propria vita può riscattarsi insegnando a molti giovani a non fare lo stesso errore».

Questa osservazione merita un approfondimento, per capire il quale conviene rileggere l’eccezionale sermone di San Claudio – vedi.

Giustamente il santo gesuita osserva che per servire bene Dio è necessario incominciare a farlo fin dalla più tenera età, seguendo l’esempio della Beata Vergine, la quale, secondo la tradizione, ancora bambina fu collocata dai suoi genitori tra le vergini tessitrici consacrate a Dio nel tempio di Gerusalemme.

La convenienza, o piuttosto il dovere, di incominciare per tempo a servire Dio si giustifica dal fatto che proprio negli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza noi poniamo le fondamenta di tutta la nostra vita, e se queste fondamenta non sono poste seguendo le vie più giuste del bene e della virtù, ma al contrario sono dominate dal disordine, dall’irregolarità, dal capriccio, dal vizio e dal peccato, tutta la nostra vita ne risentirà in modo negativo. Per questo uno dei più grandi errori, purtroppo molto diffuso già al tempo di San Claudio, e tanto più ora, è quello di considerare gli anni della giovinezza come per natura destinati alla spensieratezza e al divertimento sconsiderato. “Se non ci divertiamo ora, che siamo giovani” si dice, “quando ci divertiremo? Gli affanni della vita verranno anche troppo presto”. Questo falso principio è stato enormemente gonfiato negli ultimi decenni. Ricordo che non molti anni fa una banca promuoveva l’apertura di un conto “a favore” – si fa per dire! – degli adolescenti con lo slogan: «I giovani possono permettersi tutto». Non è forse un caso che il punto di arrivo di queste belle dichiarazioni sia stato invece la costrizione più intollerante della gioventù entro parametri rigorosissimi, con le conseguenze più deleterie.

A questa mentalità, che considera la giovinezza il periodo della spensieratezza irresponsabile, giustamente San Claudio oppone il fatto indiscutibile che sciupando gli anni migliori, si condiziona negativamente tutto il resto della propria vita. Dal punto di vista della fede, rimandare a più tardi la conversione a Dio e a una vita regolata e virtuosa, significa mettersi nella condizione di riservare a Dio e al bene soltanto le briciole della propria esistenza, e anche in modo molto imperfetto e problematico. Ma questo ragionamento potrebbe valere anche da un punto di vista semplicemente umano. Se sciupo il tempo e le forze migliori della mia vita senza costruire nulla di valido, ma al contrario acquisendo mille difetti e macchiando la mia coscienza di azioni di cui poi dovrò vergognarmi, quanti rimpianti e rimorsi avrò poi, non solo per aver commesso un’infinità di errori, ma ancor più per aver sprecato occasioni che non torneranno più di dare alla mia vita un senso e un valore di utilità e di bene per me e per gli altri.

Credo che la stragrande maggioranza di noi debba riconoscersi, in misura più o meno grande, nel ritratto dell’uomo pieno di rimorsi fatto da San Claudio nel suo sermone. Quanti errori fatti fin dai più teneri anni! Quante occasioni mancate, tempo sciupato, persone danneggiate in modo umanamente irreparabile dal nostro comportamento irresponsabile!

Allora dovremmo chiederci: perché nessuno ci è stato vicino e ci ha aperto gli occhi su ciò vi era in gioco? Perché, al contrario, tutti o quasi ci hanno sorriso con finta indulgenza esortandoci a continuare senza pensieri sulla nostra strada irresponsabile? O forse, se qualcuno ha provato a darci dei consigli, abbiamo alzato le spalle con sufficienza, credendo di saperne più di lui – proprio noi, che della vita non sapevamo niente!

«Credete a chi ne ha fatto esperimento!» scrive l’Ariosto, e questo verso cade come un fulmine rivelatore sulla coscienza di chi si risveglia dal suo sonno di incoscienza e si rende conto che egli non era il primo uomo sulla terra e che, al contrario, tutti gli errori da lui commessi erano stati già fatti da altri, i quali, se egli li avesse ascoltati, lo avrebbero messo in guardia perché non li ripetesse con le stesse tristi conseguenze.

Se ci guardiamo indietro e vediamo con sgomento il terreno della nostra vita ingombro di squallide macerie, viene spontaneo chiederci: cosa possiamo fare? Come possiamo rimediare? Non solo abbiamo danneggiato noi stessi, ma anche moltissimi altri, e il più delle volte senza avere la possibilità di rimediare. Cosa può dare un qualche sollievo alla nostra coscienza?

Purtroppo il sermone di San Claudio, per quanto sia prezioso per mettere in chiaro il problema, questo non lo dice.

Ma una risposta molto costruttiva ci può venire proprio da quanto abbiamo poco prima osservato. “Perché nessuno ci è stato vicino e ci ha aperto gli occhi su ciò che era in gioco?” ci siamo chiesti. Ora è vero che troppo spesso i giovani non sono disposti ad ascoltare i consigli degli anziani – che anzi disprezzano come “matusa” – ma è anche vero che ben pochi anziani sono modelli di virtù e si prendono la briga di interessarsi che i giovani abbiano una guida sicura.

Chiediamoci, dunque: non è forse vero che proprio le tristi esperienze che abbiamo fatto, se vogliamo, ci mettono in grado di conoscere a fondo la vita, in una misura che non è direttamente accessibile ai giovani, per mancanza di esperienza? E non potremmo, dunque, adoperarci per il loro bene, stando loro vicino quando più ne hanno bisogno?

Nei bei tempi in cui si studiava seriamente la filosofia morale, si insegnava che la virtù più difficile da praticare, quella contro la quale più spesso si pecca, è la virtù della prudenza – la phronesis di Aristotele. Non bisogna prendere questa parola nel suo senso usuale, bensì nel senso proprio della filosofia morale. Essa indica la capacità di valutare, nelle circostanze concrete della vita di tutti i giorni, il giusto modo di mettere in pratica le altre virtù, in particolare le virtù cardinali, cioè la giustizia, la fortezza e la temperanza. Avere la buona disposizione di queste virtù non basta. Bisogna sapere in che modo, nelle circostanze concrete della vita, esse vanno esercitate. In una determinata situazione conviene parlare o tacere? Agire subito o aspettare? Affrontare una persona a viso aperto o pazientare? In quale misura conviene permettersi un godimento lecito, in quale misura rinunciare ad esso?

La morale della situazione dice che non è possibile stabilire regole, perché ogni circostanza è se stessa e nient’altro. Al contrario, la filosofia morale classica insegnava che le situazioni hanno moltissime somiglianze tra loro, a un livello più profondo, e queste somiglianze riflettono una sorta di universalità, accessibile, in modi diversi, all’artista – che sa rappresentare al vivo gli archetipi incarnati del comportamento umano – e all’uomo che, attraverso l’esperienza di una lunga vita vissuta con coscienza e riflessione, ha acquisito la virtù della prudenza.

Questa virtù è necessaria per dirigere bene le proprie azioni. Nella morale, infatti, non basta la scienza – che si occupa dei principi universali immutabili – ma è necessaria anche la prudenza, cioè, come si è detto, la capacità di applicare i principi alle circostanze concrete. Ora, se la prudenza si acquista soltanto attraverso l’esperienza, ovviamente essa non è, in via ordinaria, facilmente accessibile ai giovani. Essi possono avere grandi doti intellettuali e acquisire precocemente anche molte scienze. Ma lo stesso discorso non vale per la prudenza. Per acquisire questa virtù, come si è detto, la via più diretta è l’esperienza che si ha con una lunga vita. Può esserci il caso di un giovane illuminato da una grazia soprannaturale, che gli infonde una prudenza acquisita per dono divino. Ma questo non è un caso normale. Può esserci anche il caso di una buona disposizione precoce, facilitata ad esempio dalla frequentazione di grandi opere d’arte, o dal docile ascolto di anziani saggi e virtuosi. Effettivamente questa è la via più giusta per un giovane per acquisire presto, anche se in modo indiretto e imperfetto, la virtù della prudenza. Purtroppo sono pochi i giovani che la seguono. Ma ciò è soltanto per colpa loro, o non anche e soprattutto per la mancanza di guide e maestri veramente affidabili e disponibili? Ed ecco che ci si prospetta una via che potrebbe offrirci il modo di rimediare, in qualche modo, agli errori commessi e di pacificare, in una certa misura, la nostra coscienza: diventare guide sicure e affidabili per una gioventù smarrita – un ruolo che quasi nessuno attualmente esercita in modo adeguato – ed ottenere, in tal modo, che molti giovani non commettano gli stessi errori che abbiamo commesso noi e abbiano, così, una vita costruttiva e senza rimorsi, per il bene proprio ed altrui.

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