1119 – 2019 – I primi 900 anni della «Charta Caritatis»: strumento fondativo dei monaci Cistercensi della famiglia Benedettina e modello di riferimento della «Magna Charta»

Di Sergio BINI.

L’articolo è pubblicato sul notiziario dei NURSINI n°3/2019 ed è riportato su questo blog su autorizzazione dell’autore.

Il 23 dicembre 1119 il pontefice Calisto II – “ Vescovo della Chiesa cattolica” – approva il documento predisposto da santo Stefano Harding [nato nel 1050 a Sherborne nel Regno Unito e morto il 28 marzo 1134 a Saint-Nicolas-lès-Citeaux in Francia; terzo Abate di Citeaux] ventuno anni dopo la fondazione dell’Abbazia-madre di Citeaux (in lingua latina “Cistercium”)

I “Cistercensi” è l’uelloOrdine monastico (o meglio una Congregazione della famiglia Benedettina) le cui origini sono legate alla fondazione del novum monasterium sorto a Cîteaux in Borgogna nel 1098 per iniziativa di Roberto di Molesme, insieme ad Alberico e Stefano Harding, nell’ordine i primi tre abati. La nascente comunità si proponeva di trovare un nuovo punto di equilibrio tra gli elementi della vita monastica: liturgia, lectio divina (lettura spirituale, meditazione, preghiera individuale) e lavoro. Staccandosi dalla più grande famiglia monastica benedettina (i Cluniacensi) che faceva capo alla grande Abbazia di Cluny, i “monaci bianchi” si ponevano alla riscoperta della vita povera ed austera per tornare alla rigorosa fedeltà alla Regola Benedettina, soprattutto per quanto riguardava l’invito a sostenersi con il lavoro delle proprie mani [RB, XLVIII].

Secondo i fondatori di questa nuova famiglia, infatti, i “monaci neri” (i Cluniacensi) avevano sempre di più privilegiato la preghiera (ora) e lo studio (lege) a svantaggio del lavoro manuale (labora); che avevano scelto di lasciare ai componenti laici delle abbazie e dei monasteri.

Il personaggio più importante e noto dell’Ordine Cistercense rimane san Benedetto da Chiaravalle [1090-1153; fondatore ed Abate della Abbazia di Clairvaux] che porta la famiglia dei “monaci bianchi” ad avere una importante diffusione in Europa.

Charta Caritatis

Questo importante documento venne chiamato “Carta di Carità”, poiché i padri fondatori dei Cistercensi, nello statuto, fanno riferimento soltanto a cose attinenti lo spirito e cioè alla salvezza delle anime, al bene ed alla carità,  rifiutando ogni tipo di esazione e di aspetto “materiale”. I monaci di Citeaux non sono interessati ad arricchirsi alle spese della povertà dei confratelli; a loro interessa solo di potersi occupare totalmente della salute delle anime dei confratelli.

Stefano di Harding, alla luce dell’esperienza maturata nei primi due decenni di vita dell’Ordine cistercense e la creazione di ben tredici Abbazie (comprese le due milanesi di Chiaravalle e Morimondo), era presumibilmente preoccupato per il possibile insorgere di dissidi o di incomprensioni tra gli abati, i monasteri ed i vescovi. A tal riguardo, la Charta si prefiggeva il compito di definire regole comportamentali tra le abbazie-madri e le abbazie-figlie; la logica che ha guidato la redazione del documento è molto innovativa perché si concentra essenzialmente su questioni spirituali e su indirizzi che orientano l’azione quotidiana alla cura delle anime.

Sembra doveroso ricordare – alla luce del grande dibattito sul mancato riconoscimento sia delle radici cristiane dell’Europa e sia del ruolo svolto da San Benedetto da Norcia e dei suoi monaci – che questa Charta precede di circa un secolo la più famosa Magna Charta Libertatum (“la Grande Carta delle Libertà”: la Costituzione inglese ancora vigente) accettata il 15 giugno 1215 dal re Giovanni d’Inghilterra – soprannominato anche “senza terra” – nei pressi di Windsor e redatta dal cardinale Stephen Langton, Arcivescovo di Canterbury (che, dal 1207 al 1212, si era rifugiato presso l’Abbazia Cistercense di Pontigny in Francia, durante il suo esilio).

La Charta Caritatis, è un documento molto importante per l’ordine cistercense; dopo essere stata approvata da papa Callisto II [1060-1124] venne riconfermata da papa Lucio III [1097-1185] anche lui monaco dell’Ordine cistercense. Nel secolo XII si aggiungeranno anche le “Consuetudini” ed infine, nei secoli XIII e XIV i “Libelli definitionum”, che costituiscono una sorta di note esplicative agli statuti dell’Ordine.

La Charta Caritatis introduce aspetti gestionali estremamente evoluti al sistema delle abazie che diventano una rete interconnessa che oggi chiameremmo “organizzazione a rete”; in particolare merita di essere evidenziato che viene introdotto il concetto di “parlamento” e di democrazia rappresentativa delle abbazie che continuavano a mantenere l’autonomia gestionale che aveva riconosciuto loro la Regola di san Benedetto. Soprattutto, l’Ordine Cistercense non avrebbe mai dovuto vessare economicamente le singole abazie e, non avrebbe dovuto sottrarre loro risorse vitali.

L’articolato della Charta Caritatis

La Charta Caritatis ha undici capitoli ed una nota finale denominata “elogio/privilegio di papa Callisto II”; i titoli dei capitoli sono seguenti: 

  1. Inizio della carta di Carità. L’abbazia-madre non imponga alla abbazia-figlia nessuna tassa sui beni materiali.
  2. La Regola [di san Benedetto] deve essere interpretata ed osservata da tutti allo stesso modo.
  3. Tutti abbiano gli stessi libri liturgici e le stesse consuetudini.
  4. Statuto generale tra gli abati.
  5. L’abbazia-madre visiti ogni anno l’abbazia-figlia.
  6. Quale riverenza deve usare l’abbazia-figlia quando visita l’abbazia-madre.
  7. Il capitolo generale degli abati a Cîteaux.
  8. Statuto tra coloro che sono usciti da Cîteaux e quelli che essi hanno fondato; tutti partecipino al capitolo generale e le pene inflitte agli assenti.
  9. Gli abati che trasgrediranno la Regola o l’Ordine.
  10. Quale sia la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione.
  11. Morte ed elezione degli abati.

-.          Il privilegio del Papa Callisto II.

Capitolo primo

Inizio della carta di Carità. L’abbazia madre non imponga alla abbazia-figlia nessuna tassa sui beni materiali.

Poiché noi tutti ci riconosciamo servi, benché inutili, di un unico vero Re, Signore e Maestro, non imponiamo alcuna tassa né sui beni materiali né sulle cose temporali ai nostri abati e monaci confratelli che Dio, nella sua bontà, vorrà riunire in diversi monasteri sotto una stessa disciplina regolare per mezzo di noi che siamo i più indegni degli uomini. Desiderosi infatti di giovare a loro e a tutti i figli della santa Chiesa, non vogliamo né aggravarli con le imposte, né diminuire le loro risorse, cosicché arricchendoci a spese della loro povertà, noi ci rendiamo colpevoli del vizio dell’avarizia che, secondo l’Apostolo [san Paolo], è una vera idolatria. Vogliamo però, in virtù della carità, riservarci la cura delle loro anime, affinché, quando cominciassero a deviare, Dio non voglia, anche solo di poco dalla primitiva risoluzione e dall’osservanza della santa Regola, possano, con la nostra sollecitudine, ritornare alla rettitudine di vita.

Capitolo secondo

La Regola deve essere interpretata ed osservata da tutti allo stesso modo

Ora noi vogliamo e comandiamo loro di osservare in tutto la Regola di San Benedetto come è osservata nel Nuovo Monastero. Essi non mutino il senso nella lettura della santa Regola, ma come la interpretarono e l’osservarono i nostri predecessori, cioè i santi padri, monaci del Nuovo Monastero, ed oggi noi la interpretiamo e la osserviamo, così essi pure la interpretino e l’osservino.

Capitolo terzo

Tutti abbiano gli stessi libri liturgici e le stesse consuetudini

Dal momento che noi accogliamo nel nostro monastero tutti i loro monaci e loro, allo stesso modo, accolgono i nostri nei loro cenobi, ci sembra perciò opportuno, anzi è nostra volontà che le consuetudini, il canto e tutti i libri necessari alle ore canoniche diurne e notturne e alla Messa siano conformi a quelli del Nuovo Monastero, affinché nel nostro modo di agire non ci sia discordanza alcuna, ma viviamo nella stessa carità, con la stessa Regola e con le medesime consuetudini.

Capitolo quarto

Statuto generale tra gli abati

Quando poi l’abate del Nuovo Monastero verrà a far visita a qualcuno di questi monasteri, l’abate del luogo, in segno di sudditanza al monastero di Cîteaux che ne è la madre, gli cederà il posto in tutto. L’abate del Nuovo Monastero (Cîteaux) al suo arrivo prenderà il posto dell’abate visitato e lo conserverà fin quando resterà ospite. Durante la sua permanenza non mangerà con gli Ospiti, ma nel refettorio con i monaci per mantenere la disciplina, a meno che l’abate del luogo non fosse assente. Tutti gli abati del nostro Ordine, che visiteranno una abbazia da loro fondata, faranno altrettanto.

Nel caso che si incontrassero più abati e l’abate del luogo fosse assente, il primo di loro (in ordine di fondazione) mangi con gli ospiti. Fa eccezione una sola cosa: sarà l’abate del luogo, anche alla presenza dell’abate Maggiore, ad ammettere i suoi novizi alla professione dopo il periodo di prova.
Inoltre l’abate del Nuovo Monastero si guardi bene di non intromettersi nel regolare e disporre dei beni di quel monastero che verrà visitato, contro la volontà dell’abate del luogo e dei monaci. (…)

Capitolo quinto

L’abbazia-madre visiti ogni anno l’abbazia-figlia

Una volta all’anno l’abate dell’abbazia-madre visiti tutti i monasteri da lui fondati. Se egli visiterà più frequentemente i fratelli, questi se ne rallegrino maggiormente.

Capitolo sesto

Quale riverenza deve usare l’abbazia-figlia quando visita l’abbazia-madre

Allorché qualche abate del nostro Ordine venisse al Nuovo Monastero gli siano resi gli onori dovuti. Occupi lo stallo dell’abate, qualora questi fosse assente, riceva gli ospiti e mangi con loro. Se invece è presente, non faccia nulla di quanto detto, ma mangi nel refettorio comune. Il priore del luogo abbia cura degli affari del monastero.

Capitolo settimo

Il capitolo generale degli abati a Cîteaux

Tutti gli abati di questi monasteri una volta all’anno, nel giorno che avranno concordemente stabilito, si recheranno al Nuovo Monastero. Qui tratteranno della salute delle loro anime e delle loro comunità. Daranno disposizioni circa l’osservanza della santa Regola o (le consuetudini) dell’Ordine, nel caso che ci fosse qualcosa da correggere o da aggiungere, e ristabiliranno tra loro la pace e la carità fraterna. Se ci fosse qualche abate poco zelante nell’osservanza della Regola o troppo intento agli affari secolari o fosse trovato vizioso in qualche cosa, qui in capitolo sia ripreso caritatevolmente. Colui che è stato richiamato chieda perdono e compia la penitenza che gli sarà ingiunta. Questa riprensione sia fatta esclusivamente dagli abati. Se poi, per caso, qualche abbazia fosse venuta a trovarsi in estrema povertà, l’abate di quel luogo faccia presente il caso a tutto il capitolo. Allora ciascun abate, acceso dalla più grande carità, si affretti a risollevare l’indigenza di quella abbazia con i beni concessi da Dio a ciascuno, secondo le proprie risorse.

Capitolo ottavo

Statuto tra coloro che sono usciti da Cîteaux e quelli che essi hanno fondato; tutti partecipino al capitolo generale e le pene inflitte agli assenti

Quando poi, grazie a Dio, una delle nostre abbazie avrà preso un tale sviluppo e potrà permettersi una nuova fondazione, i monaci della suddetta abbazia osserveranno tra di loro la stessa costituzione che noi osserviamo tra di noi. Vogliamo tuttavia e riteniamo per noi che tutti gli abati da tutte le parti vengano al Nuovo Monastero il giorno stabilito concordemente e qui si attengano in tutto alle direttive dell’abate di Cîteaux e al capitolo nel riprendere le manchevolezze e nello stabilire l’osservanza della santa Regola e dell’Ordine. Non ci sia però il capitolo annuale tra loro e quelle abbazie che avranno fondato. (…)

Capitolo nono

Gli abati che trasgrediranno la Regola o l’Ordine

Qualora si venisse a sapere che qualche abate disprezza la Regola o il nostro Ordine, oppure che acconsente ai vizi dei fratelli a lui affidati, l’abate del Nuovo Monastero provveda – personalmente o per mezzo del priore della propria abbazia oppure per lettera – ad ammonire fino a quattro volte quella stessa persona affinché si emendi. (…)

Capitolo decimo

Quale sia la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione

Questa sarà la legge tra le abbazie non unite da legami di fondazione. Ogni abate, in tutti i luoghi del suo monastero dia la precedenza al suo fratello abate che gli farà visita, affinché si adempia la parola: prevenitevi a vicenda nel rendervi onore.

Se giungessero due o più abati, il più anziano in ordine di fondazione occuperà il posto più ragguardevole. (…) In qualsiasi luogo si raduneranno, si salutino scambievolmente con un inchino.

Capitolo undicesimo

Morte ed elezione degli abati

I fratelli del Nuovo Monastero, alla morte del loro abate inviino, come abbiamo detto sopra, tre o più messaggeri, se lo desiderano, agli altri abati e riuniscano, entro quindici giorni, quanti più abati potranno e con il loro consenso si eleggeranno il pastore che Dio avrà voluto. Nel frattempo, l’abate di La Ferté, come abbiamo detto sopra per altra circostanza, tenga in tutto il posto dell’abate defunto fino a quando non ne sarà eletto un altro che, con l’aiuto di Dio, prenderà in consegna il monastero e il governo dello stesso luogo. (…)

Il privilegio del Papa

Callisto Vescovo, servo dei servi di Dio, ai carissimi figli in Cristo, al venerabile abate Stefano e ai suoi monaci, salute e apostolica benedizione. (…)

Perciò, figli carissimi in Cristo, noi accondiscendiamo alla vostra richiesta con tutta carità e ci felicitiamo con affetto paterno del vostro spirito religioso, confermando con il sigillo della nostra autorità l’opera che voi avete intrapreso. Inoltre, con il consenso e la decisione comune degli abati, dei monaci dei vostri monasteri e dei vescovi nelle cui diocesi si trovano questi monasteri, noi abbiamo stabilito alcuni regolamenti riguardanti l’osservanza della Regola di san Benedetto e qualche altro punto che era necessario determinare nell’interesse dell’Ordine e del monastero di Cîteaux. E voi avete richiesto che, per la concordia del vostro monastero e per la sicurezza dell’osservanza religiosa, fossero confermati dalla Sede Apostolica. (…)

Infine proibiamo a chiunque di ospitare i vostri fratelli conversi o professi.

Io Callisto II, Vescovo della Chiesa cattolica, ho confermato il 23 dicembre 1119.

Il fascino, la preveggenza e la lungimiranza del testo di questa Charta lasciano ammutoliti e suggerirebbero una infinità di riflessioni, considerazioni ed in particolare delle analisi comparative su come viene declinata la solidarietà ed il rispetto delle autonomie in Europa.

Sergio BINI

Nota:

il testo qui riportato della Charta Caritatis e la traduzione in lingua italiana dal testo latino curata da Padre Goffredo Viti dell’Ordine Cistercense.

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