Per un rinnovamento della catechesi II

Di Don Massimo LAPPONI

La parola “destino” a prima vista sembra estranea al sentire cristiano. Essa, infatti, ricorda l’antico “fato” pagano, cioè un’inesorabile schiavitù che determina lo svolgimento della nostra vita e alla quale non possiamo sfuggire. Indubbiamente, inteso in questo modo, il concetto di destino non si concilia con il cristianesimo.

Ma ciò non toglie che esso adombri una verità profondamente iscritta nella natura umana, che è a fondamento della religione naturale – cioè di quella predisposizione naturale alla religione che è presente in ogni uomo – e che, nello stesso tempo, viene confermata dalla Sacra Scrittura.

Questa verità è accennata, sebbene imperfettamente, anche da altri concetti diffusi nel mondo delle religioni, ad esempio dal concetto di “karma”, ovvero dalla cosiddetta “legge del contrapasso”.

Il concetto induista di karma indica la necessità di scontare le colpe commesse durante la vita in una vita successive. La legge del contrappasso è simile, ma non fa riferimento alla dottrina induista della reincarnazione in vite successive. Secondo questa legge, le colpe commesse vengono punite e scontate nel corso di un’unica vita.

Alla luce della Bibbia e della dottrina Cristiana questi adombramenti vengono purificati e corretti. La Sacra Scrittura non ammette la reincarnazione in vite successive e la stessa dottrina del contrappasso, se nella sostanza viene riaffermata, se ne esclude però un’applicazione puntuale e quasi meccanica. La sventura può essere, certamente, un segno della punizione divina, ma non sempre lo è e nei disegni misteriosi di Dio essa può svolgere ruoli molto diversi da quello del castigo, come è illustrato soprattutto dal libro di Giobbe.

Tuttavia, la dottrina del contrappasso, una volta purificata dalle sue esagerazioni, rimane uno dei fondamenti principali della religione naturale e – ciò che ora maggiormente ci interessa – può essere compresa e sperimentata dal nostro giovane allievo del catechismo in modo molto personale e tale da avviarlo ad una approfondita intuizione del mistero di Dio.

Si può partire da un episodio biblico molto suggestivo: la storia di Giuseppe (Gn cap. 37 e seguenti). Vi si narra come i fratelli di Giuseppe, gelosi di lui, lo vendono come schiavo ai mercanti arabi, i quali lo portano in Egitto. Lì, attraverso straordinarie avventure, Giuseppe diviene l’uomo di fiducia del Faraone e viene incaricato di raccogliere il grano in previsione dei sette anni di carestia che erano stati profetizzati. Durante la carestia i fratelli di Giuseppe vanno in Egitto per comprare il grano. Lì li accoglie Giuseppe, che li riconosce, mentre loro non lo riconoscono. Giuseppe li tratta duramente ed essi si sentono minacciati di prigionia e di morte. Allora uno di essi, Ruben, esclama: «Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco ora ci si domanda conto del suo sangue» (Gn 42, 22).

Non sembra esservi una relazione diretta tra la colpa e le minacce che ora incombono sui fratelli di Giuseppe, e tuttavia i colpevoli, proprio perché hanno la colpa stampata nella loro coscienza, sentono che la disgrazia imminente è una punizione per la loro colpa.

Ma al bambino si può far osservare che spesso la punizione è strettamente legata alla colpa, nel senso che nella vita avvengono dei mali, anche molto gravi, che sono diretta conseguenza delle nostre colpe. Così, ad esempio, un guidatore spericolato e imprudente, per colpa della sua imprudenza, può finire su una sedia a rotelle. Questo potrebbe sembrare una semplice conseguenza meccanica, più che una punizione. E tuttavia, nella misura in cui viene infranta la speranza di felicità, iscritta nella natura umana, il sofferente non può non sentirla come qualche cosa di più che una semplice conseguenza meccanica. Ciò appare ancora più evidente se la conseguenza non investe direttamente il colpevole, ma, ad esempio, un passante che viene travolto dall’incidente, ovvero una persona amata. In questi casi la conseguenza meccanica non c’è per quanto riguarda il colpevole, e tuttavia la sua speranza di felicità viene ancora maggiormente compromessa.

Ritorniamo, ora, a quanto era stato osservato, nella precedente conversazione, sull’importanza fondamentale, per il nostro destino, delle scelte, giuste o sbagliate, che si compiono nella prima giovinezza. Avevamo detto che gli anni giovanili non vanno presi alla leggera, perché proprio allora gettiamo le basi per tutta la nostra vita successiva. Se applichiamo a questa circostanza la legge del contrappasso, rivisitata in senso cristiano, possiamo portare facilmente l’attenzione dell’allievo del catechismo sulle conseguenze che errori e scelte sbagliate nella giovinezza possono causare nella vita dell’uomo, compromettendo quell’aspirazione alla felicità che ogni bambino porta stampata nel suo essere più intimo. Da questa riflessione sorgerà spontaneamente, nel suo animo, l’intuizione della ineffabile posta in gioco, della colpa o del merito, della punizione o del premio, e quindi l’intuizione di un Essere Supremo che regge con la sua misteriosa saggezza il destino della vita umana e del mondo.

Ma tutta questo apparirà meglio da una considerazione più approfondita e dettagliata.

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