Per un rinnovamento della teologia VII

Di Don Massimo LAPPONI.

Se a fondamento della vita morale dell’uomo vi è il piano originario di Dio, e cioè la rivelazione del Verbo e della Spirito attraverso l’esperienza dell’amore interpersonale dell’uomo e della donna, in vista della generazione, nella loro discendenza, dello stesso Verbo divino per intervento diretto dello Spirito Santo, il peccato assume una connotazione gerarchica, trovando la sua radice nel rifiuto di questa rivelazione e, quindi, nell’offuscamento della dimensione superiore della vita umana, alla quale conseguono, come effetti tra loro complementari, il decadimento, se pure non assoluto, dell’amore dalla dimensione spirituale alla dimensione fisico-biologica e l’indebita esaltazione, quale scopo primario della vita umana, della conquista materiale del mondo e della falsa affermazione ed autonomia personale.

In questa prospettiva possiamo affermare che, se l’amore, il dominio del mondo e la libertà sono i doni più grandi di Dio all’uomo, fondati nel suo essere cosciente, riflesso del Verbo creatore, essi, a causa del peccato, sono divenuti anche le sue più grandi tentazioni, le quali minacciano di travolgerlo nella rovina.

Nella medesima prospettiva, la redenzione di Cristo non appare quale rimedio in qualche modo “aggiunto” in seguito al peccato dell’uomo, rimedio che, poi, non si sa bene con quale logica, avrebbe aperto orizzonti soprannaturali del tutto nuovi per il destino umano, nello stesso tempo non previsti e previsti dall’eternità, bensì come la ripresa, attraverso l’opera di purificazione dal peccato, del piano originario divino. 

Rileggiamo il celebre testo di San Paolo agli Efesini:

«Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù

Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei

cieli, in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati al suo cospetto nella

carità,

predestinandoci a essere suoi figli adottivi

per opera di Gesù Cristo,

secondo il beneplacito della sua volontà.

E questo a lode e gloria della sua grazia,

che ci ha dato nel suo Figlio diletto;

nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,

la remissione dei peccati

secondo la ricchezza della sua grazia.

Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi

con ogni sapienza e intelligenza,

poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua

volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui

prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,

quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 3-10).

La teologia classica per troppo tempo ha trascurato la lezione di Scoto e di altri teologi, quali ad esempio Malebranche e Fornari, e, con la pretesa di conformarsi all’opinione di San Tommaso, ha fatto grandi acrobazie per interpretare in modo riduttivo le parole di San Paolo: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo (…) secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito» e presentare questa scelta fatta dall’eternità quale conseguenza del peccato.

In realtà abbiamo visto che San Tommaso stesso, con felice incoerenza, nel testo citato – e se ne potrebbero riportare altri analoghi – riconduce l’opera salvatrice del Verbo al perfezionamento della creazione, pensato e voluto fin dall’eternità, indipendentemente dal peccato.

Ma la visione sapienziale che abbiamo proposto costituisce un progresso anche rispetto alla tradizione scotista. Essa, infatti, oltre a porre Cristo quale culmine – se pure soprannaturale – della creazione, mette a fuoco un aspetto finora trascurato dell’economia dell’incarnazione: il suo legame, niente affatto estrinseco, con il mistero della generazione umana.

Se in questo mistero sussiste la premessa-promessa dell’incarnazione del Verbo e se proprio nel disordine introdotto in questa premessa-promessa dobbiamo vedere la radice del peccato, da cui si sviluppa, quale organismo gerarchico perfettamente intelligibile, tutto il procedere peccaminoso dell’umanità, apparirà con palese evidenza che, come l’opera del Verbo unifica i misteri della creazione e dell’incarnazione, così essa riconduce alla medesima unità di prospettiva anche la tragedia della caduta e la sua provvidenziale redenzione.

Ripensiamo al fatto che, come abbiamo visto, nel piano divino originario era la donna, e la sublime esperienza dell’amore da lei suscitato nell’uomo, a dover fare da tramite rivelativo del volto personale di Dio, nel Verbo e nello Spirito, e, nello stesso tempo, a sostanziare la premessa-promessa dell’incarnazione del Verbo. Se, dunque, il sottrarsi della donna a questo ruolo e il conseguente disordine introdotto nella condotta umana e nel rapporto tra l’uomo e la donna si interpongono al piano divino di rivelarsi all’uomo e di divenire presente nella stessa vita del mondo, sarà il medesimo Verbo divino, che presiede a tutta la generazione umana come modello soprannaturale, a ristabilire il ruolo della donna nella sua integrità perché, assumendo la natura umana nella sua perfezione, egli possa ricondurre l’uomo al suo primitivo destino.

Abbiamo visto che «non l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo» (1Cor 11, 9). Certamente è Cristo che rappresenta la consumazione dell’umanità. Ma nello stesso tempo rimane vero che la donna, quale ultimo dono di Dio al mondo, rappresenta la perfezione dell’opera della creazione e, in particolare, della creazione dell’uomo. Ciò vuol dire che Cristo non potrebbe compiere il destino dell’uomo se non fosse accompagnato ad esso dalla donna, ricondotta alla sua originale missione rivelatrice della dimensione, superiore e divina, dell’amore. In un certo senso si potrebbe dire che la donna rappresenta tutta l’umanità, in quanto anelante alla sua perfezione, ma la consumazione di questo suo desiderio viene raggiunta soltanto per mezzo dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, che è uomo perfetto soltanto perché è anche la persona divina del Verbo, generato nel mondo dalla donna, ristabilita quale umile dimora e rivelatrice dello Spirito Santo.

Dobbiamo, dunque, concludere che la redenzione di tutto il mondo passa, come primo necessario gradino, attraverso la santificazione della donna? Esattamente.

Osserviamo che il piano divino originario prevedeva che l’uomo rispecchiasse, quale vicario, nella guida del mondo, del Verbo creatore, la divina Sofia, nella quale converge l’opera del Figlio e dello Spirito Santo. Ora, come la ragione umana riflette il Verbo, così l’amore riflette lo Spirito santo. Da questa convergenza dovrebbe derivare, come abbiamo detto, quella “luce intellettuale piena d’amore” che dalla sua trascendente dimora celeste vorrebbe farsi presente nel mondo creato tramite l’uomo, illuminato dalla sua partecipazione alla luce divina.

Ma dal momento in cui la dimensione superiore dell’amore, a causa del peccato, si offusca, avviene che la ragione viene ad essere “luce intellettuale” priva d’amore e, a sua volta, l’amore soffre per essere in qualche modo separato dalla “luce intellettuale”, e perciò tende a decadere verso dimensioni biologiche inferiori. Ma sia la ragione, sia l’amore conservano, nella loro incompletezza, un’incontenibile forza propulsiva, la quale, non essendo appagata dalla sua propria destinazione ad una infinita beatitudine divina, tende a provocare comportamenti distruttivi, di là da ogni misura, dell’uomo e del mondo a lui affidato.

Data questa situazione, il ristabilimento del piano divino originario necessariamente richiede che la dimensione dell’amore sia risollevata dal suo decadimento carnale e sia ricondotta al suo ruolo spirituale originario. In tal modo la ragione e l’amore non rimarranno più “vedovi” l’una dell’altro e si insedierà finalmente, alla guida del mondo, quella “luce intellettuale piena d’amore”, che è riflesso della divina Sofia. Più ancora: la guida del mondo sarà trasfigurata dalla generazione, nella carne santificata dallo Spirito Santo, dello stesso Verbo divino.

In questa prospettiva appare chiaramente che l’incarnazione del Verbo, quale soprannaturale perfezione dell’uomo, deve essere realizzata con il concorso di una donna in cui la dimensione dell’amore generativo sia totalmente purificata dal peccato e perciò rifletta perfettamente l’amore divino dello Spirito Santo.

È, infatti, missione del Verbo incarnato ricondurre il genere umano dal suo stato peccaminoso di guida disordinata e distruttiva del mondo al suo ruolo di vicario della divina Sofia. Per ottenere questo ristabilimento del piano divino originario era necessario che l’uomo e la donna, e la loro reciproca comunione di amore, fossero rigenerati per mezzo delle persone esemplari del Verbo emanato e della sua generatrice immacolata, ripiena di Spirito Santo. Si può trovare conferma di questa supposta economia di salvezza nella Parola di Dio? La risposta non può che essere positiva.

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