Per un rinnovamento della catechesi I

Di Don Massimo LAPPONI.

Alla catechesi tradizionale, fatta di domande e risposte e di concetti nozionistici, nel post Concilio si è rimproverato di essere astratta ed estranea dalla vita del bambino, e anche di non far comprendere i misteri della fede in modo adeguato. Per ovviare a questi inconveniento si è cercato di scrivere nuovi catechismi, in cui sembrava che tutto si riducesse all’esperienza del bambino – o pretesa tale – mentre le nozioni fondamentali della fede finivano per essere più presupposte che spiegate.

Ad esempio, si propose di sostituire la definizione tradizionale di Dio – “Dio è l’Essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra” – con quest’altra: “Dio è quello che mi ama”. Dovrebbe essere ovvio che, senza dare un giudizio sulla definizione tradizionale, quella che pretende di sostituirla non definisce nulla, a meno che non sia presupposta l’altra. In ogni caso essa andrebbe interamente ripensata.

Quello che qui si vorrebbe fare, è trovare una via giusta, che da una parte non pretenda di mettere da parte quelle nozioni che sono elementi essenziali della fede, mentre dall’altra risponda all’esigenza di farne gustare tutta la rilevanza per la vita personale del bambino, e non solo.

Per far questo proponiamo di seguire un percorso che, tenendo conto della catechesi tradizionale, la integri con una riflessione, non superficiale e banale, ma sapientemente motivata, sulla vita del bambino e ne metta in rilievo i sostanziali legami con i dati della religione e della fede.  

La definizione tradizionale di Dio – “Dio è l’Essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra” – non è necessariamente astratta. L’importante è non fermarsi alle parole, ma approfondire ciò che esse esprimono. Osserviamo che nella definizione vengono nominati il cielo e la terra. Già questo è un elemento da valorizzare e che, specialmente nel clima “ecologico” di oggi, si potrebbe sviluppare attraverso una prolungata riflessione sull’esperienza della natura, alla quale il bambino è sensibilissimo. Sarebbe, anzi, molto opportuno integrare la relativa riflessione con osservazioni ed esperienze dal vivo.

Ma vi è un aspetto in cui forse il metodo tradizionale era mancante e per il quale la provocazione post-conciliare potrebbe risultare preziosa. Se Dio è creatore del cielo e della terra, egli è anche e soprattutto il creatore dell’uomo. Come, dunque, Dio si rivela nella grandezza, sapienza e bellezza della natura, altrettanto e più egli si rivela nella meraviglia dell’essere umano.

L’importanza di questo punto è che il richiamo all’uomo permette di riportare il discorso dal piano più generale al piano della più intima esperienza del bambino. Infatti, se Dio si rivela nelle sue opere se nell’uomo egli si rivela in modo qualitativamente superiore, questa rivelazione non può non investire l’esperienza stessa del piccolo allievo del catechismo.

Ecco, dunque, che, partendo da una formulazione tradizionale, abbiamo superato il piano della semplice nozione per attingere il piano della vita personale.

Ma come condurre per mano il bambino a riconoscere il volto di Dio nella sua personale esperienza? Proviamo a suggerire un percorso originale.

La prima riflessione a cui si dovrebbe condurre il bambino è l’importanza e la qualità della stagione della vita che egli sta vivendo. Per fargli comprendere questo punto, si può fare l’esempio della costruzione di un edificio. La vita è come una casa in costruzione: prima si pongono le fondamenta, poi si procede ad elevare i diversi piani. È chiaro che le fondamenta hanno un ruolo essenziale nella cotruzione e che dalla loro qualità dipende tutto il resto. Se si sbaglia qualche cosa nella costruzione dei piani superiori, si potrà correggere l’errore abbastanza fiacilmente, ma se si pongono male le fondamenta e ci si accorge dell’errore quando si è giunti avanti nel lavoro, bisogna rifare tutto da capo!

Questo dovrebbe far capire al bambino che il tempo che sta vivendo è di importanza sostanziale per stabilire il suo proprio destino. Infatti, se egli, in questa fase, fa degli sbagli nella costruzione dell’edificio della sua vita, poi le conseguenze se le porterà appresso per tutti gli anni a venire. Al contrario, gli errori fatti da anziano, per quanto deplorevoli, non possono però influire su tutto il corso della vita – almeno della propria.

Per fare un esempio molto banale, se un giovane contrae il vizio del fumo, poi questa abitudine, nociva alla salute e al portafoglio, lo condizionerà per tutta la vita e sarà difficile per lui liberarsene.

Ma il seguito della riflessione porterà l’attenzione su esempi molto più sostanziosi.

A questo punto è di fondamentale importanza portare i discenti a riflettere su quanto oggi – ma non solo oggi – facilmente si sente dire: che, cioè, l’età giovanile deve essere l’età della spensieratezza, in cui i giovani devono divertirsi e godersi la vita senza troppi pensieri, perché le preoccupazioni verranno anche troppo presto, e se non si svagano ora, quando potranno farlo? Quanto è stato detto prima dovrebbe condurli a comprendere la totale fallacia di questo ragionamento, purtroppo così diffuso.

Se è vero, infatti, come si è visto, che la loro età è quella in cui si pongono le fondamenta della vita, e che perciò gli errori e le scelte sbagliate che si fanno allora determineranno negativamente tutto il loro futuro, la conseguenza logica inevitabile è che se c’è un’età da prendere sul serio e nella quale non è lecito essere spensierati e irresponsabili, questa è proprio la loro.

Pensiamo all’etimologia delle parole. “Adolescente” e “adulto” derivano ambedue dal verbo “alere”, che significa “nutrire”. L’adolescente è colui che si sta nutrendo, mentre l’adulto è colui che è già nutrito. È evidente che la qualità del “nutrito” dipenderà, in modo sostanziale, dalla qualità del “nutrimento”.

Il bambino, dunque, può facilmente prendere coscienza che, se vuole domani essere un buon “adulto”, ora deve provvedere con coscienza e responsabilità a bene “adolescere”, cioè a ben “nutrirsi” per crescere in modo sano – e non certamente soltanto a livello biologico!

Abbiamo fin dall’inizio sottolineato il ruolo sostanziale dell’età formativa nell’esistenza umana. Ora dobbiamo aggiungere che la responsabilità per la sana crescita del bambino e del giovane, se in larga misura ricade su genitori ed educatori, soprattutto a partire da una certa età essa dipende in misura ancora maggiore dall’interessato stesso. Ciò significa che sarà compito degli educatori – e dei catechisti – risvegliare e indirizzare le sue proprie facoltà ed energie alla sana costruzione del suo destino.

Abbiamo usato la parola “destino”. Già questo concetto può servire a ricondurre il discorso che stiamo facendo ad una prima riflessione sulla religione, come vedremo nella prossima conversazione.

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