Per un rinnovamento della teologia VI

Di Don Massimo LAPPONI.

Abbiamo parlato del ruolo “fontale” di Maria. L’aggettivo è stato scelto appositamente per sottolineare il fatto che Maria non è una figura marginale o occasionale nel piano della creazione e della salvezza, ma, al contrario,  svolge una funzione necessaria e centrale.

Dobbiamo, però, chiarire che l’aggetivo “fontale” va  inteso in senso relativo. È ovvio, infatti, che la “fonte” vera ed unica della salvezza è soltanto Cristo.

Qual è, dunque, il rapporto tra il ruolo “fontale” assoluto di Cristo e il ruolo “fontale” relativo di Maria? La risposta a questa domanda ci condurrà molto lontano.

Quanto è stato detto finora dovrebbe aver mostrato come la centralità di Cristo nella creazione, nella generazione umana e nell’incarnazione, in quanto aspetti indissolubilmente legati tra loro, consenta di raggiungere una visione sapienziale unitaria della teologia trinitaria, dell’economia divina e della cristologia. Ora l’illustrazione dei ruoli di Cristo e di Maria, e del loro inscindibile rapporto nel piano della salvezza, mostrerà come la stessa visione unitaria si estenda anche alla teologia morale e sacramentale, alla soteriologia e all’escatologia.

Dovremo ora riprendere alcuni concetti già esposti per illustrarne la rilevanza in una prospettiva più propriamente morale.

Quanto abbiamo detto del posto eminente della donna nel piano divino della creazione ci permette di avere una concezione sapienziale ordinata del mistero del peccato.

Nella morale classica si confrontavano due diversi approcci: uno partiva dai comandamenti e l’altro dall’antropologia. Ovviamente la preferenza va data al secondo. Ora la visione sapienziale che abbiamo proposto, fondata su una considerazione approfondita dei dati biblici sulla creazione dell’uomo e della donna, arricchisce e illumina di luce nuova l’antropologia, e quindi la dottrina morale che su di essa si fonda.

Abbiamo visto come la donna, in quanto ultima creatura e perfezionamento del genere umano, dischiuda all’uomo la nuova dimensione dell’amore e dello Spirito Santo. Sarà lo svelarsi allo sguardo dell’uomo e della donna dell’amore interpersonale a dare alla creatura umana l’intuizione della natura personale della Divinità, e nello stesso tempo a risvegliare in essa l’aspirazione ad una felicità che soltanto la comunione tra le persone, e in modo eminente con le Persone divine, può conferire.

Nella vita di questo mondo l’aspirazione alla comunione d’amore interpersonale porta a dar vita ad una discendenza infinita ed a porre la superiore dimensione dell’amore a fondamento di tutta l’attività umana. A sua volta la discendenza dell’uomo e della donna, proprio in quanto si estende oltre ogni misura, adombra misteriosamente la promessa della generazione nella carne dello stesso Verbo divino creatore, e quindi la conciliazione tra l’aspirazione alla comunione tra le persone umane e l’aspirazione alla comunione con le Persone divine.

In questa prospettiva appare una sorta di gerarchia nell’antropologia umana. Se nell’ordine cronologico la dimensione dell’amore interpersonale appare per ultima, nell’ordine metafisico sapienziale essa è, invece, prima. Le altre facoltà e potenze dell’uomo vengono ad essere ad essa subordinate.

La creatura umana, elevata al di sopra della natura incosciente con il dono della ragione, quando ancora non le si è svelata la dimensione dell’amore interpersonale, è rivolta al dominio del mondo inferiore e ad esaltare se stessa, in quanto libera e arbitra del proprio destino. Con l’apparire della dimensione superiore dell’amore, queste due dimensioni della creatura razionale assumono un ruolo subordinato.

Ora lo svelamento dell’amore interpersonale è, per sua propria natura, anche lo svelamento del volto personale di Dio. Quando, con il peccato originale, la donna rinuncia da essere svelamento del volto del Verbo creatore per essere «come Dio», arbitra del bene e del male, e quando l’uomo la segue in questa sua rinuncia, ecco che l’orizzonte interiore dell’uomo si offusca: la dimensione dell’amore interpersonale diviene indistinta e incerta e l’uomo regredisce verso le dimensioni inferiori del dominio del mondo e dell’esaltazione della propria libertà e autodeterminazione.

Cosa avviene, allora, del rapporto tra l’uomo e la donna, che era destinato a giocare il ruolo centrale nel destino del mondo? Se, con l’offuscarsi della rivelazione del volto di Dio, si offusca anche la rivelazione della comunione interpersonale e, perciò, si esaltano le dimensioni inferiori del dominio del mondo e dell’autodeterminazione, la dimensione dell’amore tende a regredire verso i suoi aspetti biologici.

Come si è già accennato, si viene così a creare una squilibrio, per il quale da una parte l’uomo, con falso orgoglio, esalta, nella vita del mondo, il suo ruolo di conquistatore, e, nello stesso tempo, riduce il rapporto con la donna ad una dimensione privata e subordinata, e dall’altra l’amore, proprio per essere squilibrato verso i suoi aspetti biologici, interferisce come elemento di disturbo in tutta l’attività umana. Esso, infatti, nel tendere ad esaltare la propria dimensione sensibile sulla dimensione soprasensibile, costituisce per l’uomo non più una guida verso una dimensione superiore, bensì una fortissima seduzione, che squilibra la sua attività razionale. Così la donna, pure se fisicamente più debole e perciò in qualche modo esclusa dall’opera di dominio del mondo, è tentata di vendicarsi della propria inferiorità fisica facendo leva sulla sua attrattiva carnale, con la quale nessun bene mondano può competere – perché in essa, se pure stravolta, sempre appare qualche cosa della superiorità originaria della dimensione dell’amore.

Anche se, dunque, nella profondità del loro essere, l’uomo e la donna non cessano di avvertire la loro primitiva destinazione all’amore interpersonale, questa superiore dimensione del loro essere viene costantemente mortificata ed avversata dalla tentazione dell’uomo a regredire verso le dimensioni inferiori del dominio del mondo e dell’orgogliosa autoesaltazione e della donna a ribaltare la propria situazione di inferiorità fisica grazie al sua fascino carnale e alla sua superiorità psicologica ed a farsi, in tal modo, rivale dell’uomo nel dominio del mondo, anziché sua consorte nel regno superiore dell’amore.

Ovviamente questa situazione di squilibrio si riflette anche nella discendenza dell’uomo e della donna. Abbiamo visto, infatti, che, a differenza di quanto avviene nel mondo naturale inferiore, la generazione umana è formalmente determinata dalla dimensione superorganica della coscienza e dell’amore dei generanti. Ma, a causa dello squilibrio introdotto dal peccato originale, ora la dimensione biologica tende a sopraffare, nell’atto generativo, la superiore dimensione cosciente superorganica. Conseguentemente l’essere generato risente, fin dalla sua concezione, di questo squilibrio, cosicché le conseguenze del peccato originale si trasmettono per propagazione, generando esseri umani in cui la dimensione dell’amore superorganico è offuscata dal prevalere dell’istinto biologico e carnale e, perciò, su di essa, così indebolita, si impongono le dimensioni del dominio e dell’orgoglio.

È, tuttavia, importante osservare che vi è una gradualità nella trasmissione delle conseguenze del peccato originale, nel senso che, come si è detto, la destinazione originaria dell’uomo e della donna all’amore cosciente non è cancellata, ma soltanto indebolita, e che, perciò, essa non cessa di operare. Ora essa può operare in modo più o meno efficace, in ragione della più o meno elevata virtù morale dei generanti e della conseguente più o meno efficace presenza in essi dell’amore cosciente. Anche in una situazione di peccato originale l’amore cosciente può operare con maggiore efficacia se, con il segreto concorso della grazia divina, esso assurge ad un più altro grado di virtù. Le stesse consuetudini virtuose di un popolo e le relative istituzioni svolgono un ruolo fondamentale nel proteggere e rafforzare quella forza superorganica dell’amore che il peccato ha offuscato, ma non cancellato.

Ciò fa comprendere quanto fosse motivata la tradizionale distinzione, che in tempi recenti si è voluta drasticamente, ma poco saggiamente, rifiutare, tra maternità legittima e maternità illegittima.

Da quanto detto fin qui risulta che, come vi è una gerarchia nella dinamica antropologica, così vi è una gerarchia nella vita morale dell’uomo e nella dinamica del peccato.

Come abbiamo detto, ciò che cronologicamente appare per ultimo, in una visione metafisica è, invece, primo. Dunque, a fondamento della vita morale dell’uomo vi è la dimensione dell’amore interpersonale, inteso anche quale rivelazione del volto personale di Dio. È questa dimensione che illumina tutte le altre e conferisce ad esse il loro posto adeguato in una sapiente gerarchia.

Dall’intimo rapporto con il Verbo creatore, che si riflette nell’amore interpersonale tra l’uomo, la donna e la loro discendenza, ricevono il loro ruolo il dono dell’intelligenza e i doni conseguenti del dominio del mondo e della libertà e dignità umana. Ugualmente la parte sensibile dell’uomo è illuminata dalla sua vita cosciente in tutte le sue dimensioni.

Ma, una volta offuscata dal peccato la dimensione superiore dell’amore umano e divino, tutto il complesso della dinamica interiore dell’uomo viene sconvolto. Allora la decadenza dell’amore a causa del prevalere del suo aspetto sensibile si accompagna alla conseguente malsana prevaricazione delle dimensioni del dominio e della libertà, indebitamente esaltate contro lo stesso sapiente disegno divino, e il rapporto tra l’uomo e la donna, che, lo si voglia o meno, rimane al centro della vita del mondo, viene sottoposto ad un costante logoramento, gravido di tragiche conseguenze.

Vedremo come, sullo sfondo di questa situazione di squilibrio e di peccato, prevalga, infine, il primitivo disegno divino, nel quale dominano le figure, inscindibili nell’economia divina, di Cristo e di Maria.

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