Contro il moderno o oltre il moderno?

Di Don Massimo LAPPONI.

La mia scelta “anti-moderna” – l’ecologia a quel tempo era ancora sul nascere – risale a cinquant’anni fa e non fu una questione di parole, di proclami, di cortei o di conferenze in qualche palazzo del potere. Fu qualcosa di molto più esigente: l’abbandono di tutto per scegliere una vita di impegno in un ambiente campestre, presso i resti di una civiltà tradizionale alla quale non credeva più nessuno, tanto che i pochi compagni che trovai erano – e si può dire che siano rimasti – pochi monaci anziani, tra cui non pochi delusi. Dunque si può ben credere che il mio intervento non è motivato da negazionismo sul problema ambientale, né dalla difesa di una modernità economica e industriale a tutto campo.
Devo dire, però, che il cammino di lunghi decenni mi ha portato ad incontrarmi con posizioni che partivano da presupposti opposti e che l’ascolto attento di quelle posizioni si è rivelato molto fecondo e mi ha condotto a modificare in modo direi sostanziale il mio atteggiamento iniziale. Ho potuto vedere, infatti, che l’anti-moderno si prestava troppo facilmente a piegarsi ai miti maltusiani, mentre ad essi si opponeva in modo efficace e costruttivo, se pure insufficiente, proprio una prospettiva opposta.
Da questa esperienza è sorta la convinzione che è necessario prendere molto sul serio, anzi come base fondamentale, certi concetti sviluppati in area anti-anti-moderna, e poi correggerli riscoprendo, in modo nuovo, le esigenze dell’anti-moderno.
In questa prospettiva, posizioni come quella ad esempio di Riccardo Cascioli (vedi: http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5817} – se l’ho ben capita – per quanto offra una base solida, non è sufficiente, ma va corretta con sostanziali integrazioni. A sua volta la posizione di un Serge Latouche o di una Greta – sempre se le ho ben capite – pur facendosi voce, forse a volte sgangherata, di esigenze reali, vanno radicalmente ripensate partendo da fondamenti del tutto diversi. Negare che esista un problema ambientale sarebbe come negare che esista un problema operaio. Ma non perché esiste il problema operaio mi sento di chiedere lumi a Marx! Preferisco impostare il problema in tutt’altri termini.
Qui mette conto citare un economista molto autorevole, al quale molti anti-anti-moderni cattolici, come Cascioli, fanno riferimento: Bjorn Lomborg. Riporto qui di seguito un suo recente articolo, che trovo di eccezionale interesse, sia perché espone con perfetta chiarezza la posizione anti-anti-moderna a cui ho fatto riferimento, sia perché la motiva con argomenti molto solidi, ai quali difficilmente si può controbattere, sia perché, nello stesso tempo, ne rivela il punto “debole” – cioè l’aspetto che richiede necessariamente un chiarimento e un approfondimento, che si resolve in un ritrovamento, su un piano diverso e originale, degli argomenti dell’anti-moderno.

Nel cambiamento climatico l’umanità non è “malvagia”
di Bjorn Lomborg

Pubblicato su “The Globe and Mail” il 26 settembre 2019 [articolo originale: https://www.theglobeandmail.com/opinion/article-on-climate-change-humanity-is-not-evil/?mc_cid=e0a17488d9&mc_eid=da49bfc3f6%5D
(Biorn Lomborg è il presidente del Copenhagen Consensus Center e docente ospite della Copenhagen Business School)

Parlando alle Nazioni Unite, la sedicenne attivista svedese Greta Thunberg ha detto che se l’umanità capisce davvero la scienza del cambiamento climatico e non riesce ancora ad agire, ciò vuol dire che siamo “malvagi”. Questo perché il cambiamento climatico significa che “la gente sta morendo“. Ci ha anche detto che cosa dobbiamo fare per agire correttamente: tra un po’ più di otto anni avremo esaurito quanto possiamo permetterci di emissioni di carbonio, quindi dobbiamo eliminare tutto ciò che funziona con i combustibili fossili entro il 2028.
Sebbene questa sia un’affermazione diffusa, essa è fondamentalmente fuorviante. Sì, il riscaldamento globale è reale e causato dall’uomo, ma la visione del cambiamento climatico della Thunberg come fine del mondo non è fondata. Il Comitato Intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico stima che entro il 2070 gli effetti totali del cambiamento climatico, anche sugli ecosistemi, saranno equivalenti a una riduzione del reddito medio valutabile dal 0,2 al 2 per cento. Entro quella data, ogni persona sul pianeta sarà dal 300 al 500 per cento più ricca.
Non emettiamo co2 con intenti malvagi. Si tratta, infatti, di una conseguenza indiretta della possibilità di dare all’umanità l’accesso a quantità di energia senza precedenti. Solo un secolo fa, la vita era molto dura. La disponibilità di energia ha reso possibile una vita migliore, non dovendo più passare ore a raccogliere legna, a inquinare la casa con il fumo, a procurare il calore, il freddo, il trasporto, la luce, il cibo e le altre necessità. L’aspettativa di vita è raddoppiata. L’abbondante disponibilità di energia, derivata soprattutto dai combustibili fossili, ha sollevato più di un miliardo di persone dalla povertà negli ultimi 25 anni.
Questo non è il male – è proprio il contrario.
Miss Thunberg crede che il cambiamento climatico significhi che le persone stanno morendo, ma la realtà è che i disastri causati dal clima appena un secolo fa uccidevano mezzo milione di persone ogni anno. Oggi, nonostante l’aumento delle temperature, grazie alla minore povertà e alla maggiore capacità di intervento, siccità, inondazioni, uragani e temperature estreme uccidono appena 20.000 persone ogni anno – una riduzione del 95 per cento. Si tratta di un risultato moralmente lodevole.
Porre fine all’uso globale di combustibili fossili entro il 2028 è un progetto erroneo, semplicemente perché l’energia verde non è sviluppata al punto da poter prendere in consegna ciò che i combustibili fossili lasciano alle spalle. Una difficile transizione, fatta per volere o per forza, causerebbe una vera e propria catastrofe globale, riducendo la maggior parte di noi in una povertà senza precedenti. Ecco perché soprattutto i paesi in via di sviluppo vogliono più energia da combustibili fossili, non meno; vogliono sollevare più persone ad una vita di maggior benessere.
Ciò di cui abbiamo bisogno è un’energia a basso tenore di co2, che possa superare la concorrenza dei combustibili fossili – il che indurrebbe tutti, inclusi la Cina e l’India, al cambiamento. Questo significa aumentare drasticamente gli investimenti globali per la ricerca e per lo sviluppo verde, cosa che non siamo riusciti a fare negli ultimi decenni, proprio perché gli attivisti hanno sempre richiesto soluzioni prima che fossimo pronti.
Infine, il Miss Thunberg ci dice che, se non eliminiamo i combustibili fossili entro il 2028, le giovani generazioni non ci perdoneranno mai. Ma questo non è che il riflesso di una visione miope, propria del mondo già sviluppato. Quando le Nazioni Unite hanno chiesto a 10 milioni di persone in tutto il mondo quali fossero le loro priorità, essi hanno evidenziato cinque obiettivi primari: salute, istruzione, lavoro, lotta alla corruzione e nutrimento. In sintesi, essi si preoccupano che i loro figli non muoiano di malattie facilmente curabili, ricevano un’istruzione adeguata, non muoiano di fame.
Il clima viene al sedicesimo posto, non perché non sia importante, ma perché per la maggior parte dell’umanità altre esigenze sono più urgenti.
Il problema è che il clima sta sempre più calpestando altre urgenze. Un terzo di tutti gli aiuti allo sviluppo, per esempio, viene ora speso per il problema del clima, in aperto spregio delle priorità dei poveri del mondo.
Dovendo, dunque, affrontare il problema del clima con maggiori investimenti nella ricerca e nello sviluppo dell’energia verde, sembra più corretto affermare che la maggior parte dei giovani del mondo mai ci perdoneranno se diamo la piorità al clima rispetto al nostro dovere di affrontare i problemi della poverrtà, della salute, dell’istruzione e del nutrimento.

Non mi soffermo a sottolineare la solidità degli argomenti di Lomborg. Quello su cui, invece, è importante attirare l’attenzione è ciò che ho definito il “punto debole” della posizione che egli sostiene. Ce lo rivela l’ultima frase dell’articolo: «essi si preoccupano che i loro figli non muoiano di malattie facilmente curabili, ricevano un’istruzione adeguata, non muoiano di fame».
Osserviamo che tra gli obiettivi prioritari indicati nel testo è annoverata la necessità che i «figli» di quanti si preoccupano del loro futuro «ricevano un’istruzione adeguata». Ho tradotto “education” con “istruzione”, perché è questo il senso proprio della parola inglese. Ma è opportuno segnalare che la parola “education” non manca di un’allusione sfumata al concetto italiano di “educazione”. Dunque chiediamoci: cosa si intende per “istruzione-educazione adeguata”? Questo non viene detto, ma dall’insieme degli articoli di Lombrog e della maggior parte degli economisti, come anche dai documenti internazionali sui problemi dello “svilupo sostenibile”, si può facilmente dedurre che l’istruzione-educazione adeguata di cui si parla – senza ora prendere in considerazione gli inquietanti programmi di educazione sessuale conforme alle dottrine “gender” e alla cosiddetta “salute riproduttiva” – si riduce ad una formazione tecnico-scientifica che sia in grado di valorizzare le risorse naturali per garantire, per quanto riguarda l’uomo, la crescita nel benessere economico e, per quanto riguarda la natura, lo sviluppo delle conoscenze utili per salvaguardare l’ambiente, anche attraverso la valorizzazione di fonti di energia alternative – cioè “verdi”, come si esprime l’autore.
Quale è il difetto di questo programma? Che, anche da un punto di vista economico, questo modello di istruzione-educazione risulta, non solo insufficiente, ma rovinoso. Infatti l’autore, e quanti seguono la sua stessa impostazione, mostrano di essere del tutto insensibili all’aspetto morale del fattore umano – e ciò in una prospettiva che pretende di valorizzare al massimo l’uomo, definito, contro un’economia fortemente tendente al matusianesimo, “la principale risorsa” – “the ultimate resource”.
La saggezza morale dell’umanità ha da sempre guardato con timore l’accumularsi del potere nella mani dell’uomo, perché esso, se da una parte gli dà la possibilità di valorizzare tutte le sue potenzialità, nello stesso tempo costituisce per lui una vertigionosa tentazione all’abuso, tanto più smisurato, quanto maggiori sono le energie messe a sua disposizione. Questa tentazione, e la punizione riservata all’uomo che non sa ad essa resistere, è stata rappresentata dai miti di Prometeo e del vaso di Pandora. Tutti i vizi autodistruttivi si scatenano per il mondo quando l’uomo si fa sedurre dalla prospettiva di aumentare a dismisura la sua capacità di godimento, di appropriazione e di autoesaltazione.
Così le energie e le ricchezze procurate per il benessere dell’uomo vengono, in misura incontrollabile, deviate per soddisfare la sua sete di piacere, di possedere e di prevalere, con la conseguenza di distruggere ciò che lo studio e il lavoro avevano faticosamente accumulato. E quale sarà la ricaduta di tutto questo disordine sullo spreco delle energie e sul degrado dell’ambiente? Non dovrà, dunque, l’economista prendere in considerazione, accanto al sollevamento di milioni di persone dalla povertà, anche lo sprofondare della gioventù – e non solo – in un mare di vizi, dal sesso, all’alcool, alla droga, all’irrealtà dell’eccesso dell’elettronica, alla fiacchezza di una vita sempre più agiata e voluttuosa, allo sballo della pseudo-musica commerciale e del brivido della velocità, e quindi allo sfaldamento dei vincoli familiari e sociali – per fare qualche esempio eloquente?
Una veramente adeguata educazione della gioventù, anche in vista della salvaguardia dell’ambiente, non può assolutamente limitarsi alla formazione tecnico-scientifica. E del resto, se il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel (1873-1944), in un suo celeberrimo volume, già nel 1935 ammoniva, anche da punto di vista della medicina e della scienza, che il cammino intrapreso dalla civiltà stava danneggiando la consistenza dell’essere umano, ciò significa che a mettere in allarme gli economisti sui danni di una formazione umana irresponsabile non sono soltanto i moralisti e i teologi. Notiamo che il titolo del celebre volume di Alexis Carrel era “L’uomo questo sconosciuto”. Come possono, dunque, gli economisti che proclamano l’uomo essere “the ultimate resource” accontentarsi, nelle loro analisi, di una conoscenza dell’uomo assolutamente banalizzata e superficiale?
Cosa proporre, dunque, a correzione di questa posizione, che abbiamo definita “anti-anti-moderna”, rappresentata efficacemente da Lomborg? Non è possibile ora svolgere compiutamente questo argomento, su cui ovviamente non è mancata la riflessione. Posso rimandare ad un testo che, anche se non è esaustivo, in qualche modo rappresenta il punto di arrivo di un percorso di riflessione di cinquant’anni e più:

https://massimolapponi.wordpress.com/la-teologia-entra-in-dialogo-con-leconomia/

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