Per un rinnovamento della teologia V

Di Don Massimo Lapponi

Dal discorso svolto finora emerge un dato della più grande importanza: il ruolo sostanziale, e quindi non accessorio, della donna e della sua relazione con l’uomo nell’economia divina della creazione e della salvezza. Abbiamo, infatti, sottolineato la funzione della donna in quanto culmine della creazione e quindi dell’autorivelzione di Dio all’uomo.

A questo proposito è bene richiamare l’affermazione di San Paolo: «né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo» (1Cor 11, 9), la quale non indica una sorta di inferiorità della donna rispetto all’uomo, ma il fatto che la donna, in quanto culmine della creazione, non è intesa quale realtà sostanzialmente nuova e superiore rispetto all’uomo, bensì come rivelazione dell’uomo a se stesso e complemento perfettivo della sua natura di immagine di Dio.

Creata per l’uomo, la donna svolge un ruolo essenziale, nel senso che per essa soltanto può compiersi l’economia divina di elevazione dell’uomo al regno dello Spirito Santo e dell’amore, e di riverbero, nel mondo creato, della fecondità della generazione del Verbo – fecondità destinata, nel misterioso disegno di Dio, a culminare nella generazione nella carne umana del medesimo Verbo divino: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 16).

Sul fondamento di questo importante testo apostolico, inserito nella visione sapienziale che stiamo cercando di illustrare, appare, dunque, perfettamente giustificata l’affermazione di Solov’ëv, in precedenza richiamata, che l’incarnazione non deve essere intesa come «un miracolo in senso volgare». Essa, infatti, se è senza alcun dubbio un evento soprannaturale e miracoloso, nello stesso tempo si iscrive spontaneamente nella sapienziale economia divina, sia in quanto perfezione del piano della creazione, vista quale sovrabbondanza eccedente della processione delle Persone divine, sia in quanto riparazione e salvezza dalla tragedia del peccato e dalle perturbazioni da esso introdotte nel piano divino.

In questa prospettiva – nella quale, come si è osservato e come vedremo meglio in seguito, la donna svolge un ruolo non marginale o secondario – dobbiamo affermare che l’economia della redenzione dal peccato è in qualche modo subordinata e comandata dalla più originaria economia dell’incarnazione, intesa come perfezionamento della creazione.

È questa una dottrina generalmente attribuita alla scuola francescana e al Beato Duns Scoto – sebbene, a quanto sembra, fosse stata già avanzata da Ruperto di Deutz – al quale si è soliti opporre la diversa opinione di San Tommaso. Ma nel testo di quest’ultimo già prima richiamato è espresso un pensiero che, contrariamente all’opinione comune, avvicina moltissimo la dottrina dell’Angelico a quella del “Doctor Subtilis”:

«Ciò che si addice alla Sapienza di Dio» scrive San Tommaso «è la perfezione, per la quale le realtà create sono condotte e confermate nel loro proprio fine. Infatti, tolto il fine rimane la vanità, la quale è incompatibile con la Sapienza; perciò è scritto che “la Sapienza si estende da un fine all’altro e tutto dispone con forza e soavità” (Sp 8, 1). Di un qualsiasi individuo allora si dice che lo si dispone con soavità, quando esso è condotto al suo proprio fine, quello che egli naturalmente desidera. Anche ciò si addice in modo speciale al Figlio, il quale, essendo vero Figlio di Dio per natura, ci ha introdotti nella gloria dell’eredità del Padre» (Prologo al Commento al I Libro delle Sentenze).

L’affermazione che il Figlio di Dio per natura ci ha introdotti nell’eredità del Padre presuppone, ovviamente, che egli ci abbia associati alla sua condizione di Figlio mediante l’incarnazione, la quale, dunque, non è presentata sostanzialmente come rimedio per il peccato, bensì come perfezionamento della stessa opera creatrice.

Ma a questo punto dobbiamo andare oltre le dottrine dei grandi teologi medievali.

Abbiamo visto, infatti, che nell’ambito del mondo creato, la fecondità della processione del Verbo e dello Spirito Santo viene rispecchiata più perfettamente e ad un livello qualitativo superiore soltanto con l’apparire della donna. È per suo mezzo, infatti, che la coscienza dell’uomo, rispecchiandosi in una coscienza simile a sé, si apre all’intuizione più alta del Verbo divino, che regge ogni cosa «con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3). E da questa comunione scaturisce una fecondità pro-creatrice che riverbera l’opera creatrice del Verbo, non soltanto, come avveniva già nel mondo inferiore, a livello biologico, ma, in modo più sostanziale, a livello di coscienza e d’amore, ad imitazione più perfetta e qualitativamente superiore della processione delle Persone divine.

Abbiamo visto, anche, che, per quanto si è detto, solo con l’apparire della donna si apre la via perché lo Spirito Santo possa operare nel mondo attraverso la coscienza dell’uomo, vicaria del Verbo nel mondo creato.

Ora è proprio attraverso l’umana generazione, fondata nel livello ontologico superiore della coscienza umana, che si prospetta misteriosamente, già all’alba della creazione, la generazione del Figlio di Dio nella carne umana. È ovvio, infatti, che l’incarnazione presuppone l’apparire della donna nel mondo e il conseguente svelarsi del piano divino ad essa relativo.

È ancora André Feuillet ad interpretare il versetto 9 del Prologo giovanneo – «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» – non come riferito alla “venuta” del Verbo nell’incarnazione, di cui si parlerà soltanto nei versetti successivi, bensì alla sua “venuta” come presenza costante nel mondo fin dalla creazione. Questa previa “venuta”, e la conseguente illuminazione di «ogni uomo», se da una parte si realizza in modo ontologicamente superiore nell’incontro di conoscenza e di amore dell’uomo e della donna, dall’altra costituisce la premessa necessaria a quella “venuta” di ordine ancora più sublime costituita dall’incarnazione.

L’attingimento della luce del Verbo attraverso l’unione delle coscienza dell’uomo e della donna nell’amore, riflesso dello Spirito Santo, rende l’uomo e la donna partecipi, per imitazione, della divina processione delle Persone. Ma questa imitazione non può non aspirare ad assimilarsi al suo modello nel modo più perfetto possibile. E quale è il modo più perfetto possibile, se non l’unione ipostatica del Verbo con l’uomo quale culmine della generazione umana?

Verrebbe da ripete con il Dottore Sottile: «Potuit, decuit, ergo fecit»!

Ma ora appare un successivo passaggio della più grande importanza.

Se questo sublime piano divino è stato attraversato, come primo elemento, dal sottrarsi della donna alla sua missione rivelativa del Verbo per voler essere «come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 5), cioè arbitra del bene e del male, senza riferimento a Dio, la restaurazione del piano originario di Dio non dovrà passare necessariamente attraverso il ristabilimento della donna nel suo ruolo di umile dimora della divinità, tale da poter essere per l’uomo tramite della rivelazione del Verbo e dello Spirito Santo? Infatti, senza questo ristabilimento, come potrebbe l’uomo riscoprire l’orizzonte superiore dell’amore, dal quale, con il peccato, egli è regredito proponendosi, quale suo proprio fine, il possesso e il dominio del mondo inferiore e la falsa esaltazione di se stesso? E la sua stessa fecondità generativa può essere riscattata soltanto se la «madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20) – che ovviamente non genera fisicamente tutti gli uomini, ma costituisce il modello della maternità – non è più la donna decaduta in Eva, bensì la donna rigenerata in Maria.

In questa prospettiva appare necessario che l’incarnazione redentiva del Figlio di Dio non solo, come è ovvio, sia resa possibile dalla funzione materna, ma che sia accompagnata dall’apparire di una donna in cui sia perfettamente ristabilita l’umile accoglienza della divinità al fine di rendersi, di nuovo, strumento della sua rivelazione.

Se rileggiamo il “Magnificat” in questa prospettiva, vedremo che esso ci presenta realmente Maria come la donna contrapposta ad Eva peccatrice e perfettamente ristabilita nel ruolo  a lei assegnato dall’economia divina, e perciò come necessaria premessa fontale della rigenerazione del genere umano.

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1, 46-48).

Se Eva è voluta essere «come Dio», mettendosi in qualche modo al suo posto, ecco che ora invece Maria si china davanti a Lui e offre giosamente la sua anima e il suo spirito quale sua umile dimora.

«D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome» (Ibid. 48-49).

Se in Maria si è ristabilita l’integrità interiore e quindi il vero ruolo della donna, secondo il piano divino, ciò non può riguardare soltanto la sua persona, ma deve necessariamente estendersi a tutta la vita del mondo, avendo, appunto, in lei la donna ritrovato la sua missione originaria. Per questo su tutte le generazioni umane si stende ora, grazie a lei, una luce nuova, ed esse ne proclameranno la beatitudine. Il Signore, infatti, con un’opera grande e mirabile, l’ha ricollocata al posto già assegnato fin dall’origine alla donna, di essere, per tutto il genere umano, strumento di elevazione al superiore livello ontologico dell’amore nella luce dello Spirito Santo.

Il resto del cantico ribadisce l’estendersi della benedizione salvatrice di Dio su tutte le generazioni e su quella discendenza di Abramo, da intendere non solo in senso carnale, che, nell’umiltà, ha voluto e vorrà ritornare a Dio, rifiutando l’esaltazione del dominio del mondo e del falso orgoglio umano al di sopra della fede e dell’amore servizievole. Molte conseguenze importanti ed attuali derivano, come vedremo, da questa rivisitazione sapienziale del mistero della salvezza.

Rinnovamento_Ben

Rinnovamento Benedettino

Centro Teologico BENEdettino Blog

ctbene.wordpress.com

Annunci