Due voci ispirate a confronto

Di Don Massimo LAPPONI.

«Portiamo un altro esempio di una forma o disposizione esteriore e terrena sotto la quale sembrano essere rappresentate grandi e sconosciute meraviglie. Mi riferisco ai suoni musicali, quali si esprimono nel modo più perfetto nell’armonia strumentale».

«Vi sono sette note nella scala (…); uno strumento veramente molto esiguo per un’impresa così vasta! Quale scienza sa trarre tanto da così poco? Con quali poveri elementi un grande maestro di musica crea il suo nuovo mondo! Diremo che tutta questa esuberante inventiva non è altro che pura ingegnosità o abilità dell’arte, come sarebbe un gioco o una moda del giorno, senza realtà e senza significato?».

«Possiamo farlo. E allora, forse, diremo anche che la teologia non è che una questione di parole. O piuttosto, bisognerebbe dire che, come nella teologia della Chiesa vi è un mistero divino, che quanti lo sentono non sono in grado di comunicare, così il medesimo è anche presente nella sublimità e nella bellezza di cui sto parlando».

«Per molti gli stessi nomi usati dalla scienza musicale sono del tutto incomprensibili. Parlare di un’idea o di un contenuto a loro sembra fantasioso o insignificante, parlare di visioni che essa ci dischiude sembra una stravaganza puerile. Ma è possibile che quell’inesauribile evoluzione e disposizione delle note, così ricca e nello stesso tempo così semplice, così complessa e così regolata, così varia e così maestosa, non sia altro che un puro suono, che va e svanisce?»

«È possibile che quelle misteriose commozioni del cuore, quelle intense emozioni, quegli inusuali aneliti non sappiamo verso che cosa, quelle possenti impressioni provenienti da non si sa che, siano causate in noi da nient’altro che da un qualcosa di inconsistente, che va e che viene, che incomincia e finisce in se stesso?»

«Non è e non può essere così! No! Esse sono come sfuggite da qualche sfera più alta, sono ripercussioni dell’armonia eterna attraverso i suoni creati, sono gli echi provenienti dalla nostra patria, le voci degli angeli, o il “Magnificat” dei santi, o le leggi viventi del divino governo del mondo, o gli attributi divini. Esse sono qualche cosa oltre se stesse, che noi non possiamo comprendere, che non possiamo esprimere – sebbene un uomo mortale, e forse uno che per il resto non si distingue al di sopra degli altri, abbia il dono di suscitarle».

Questa suggestiva pagina di John Henry Newman (1801-1890) è tratta dal quindicesimo e ultimo dei suoi sermoni universitari, che egli pronunciò nella chiesa di Saint Mary della celebre università di Oxford nel 1843, davanti a tutto il corpo accademico, circa due anni prima della sua conversione alla Chiesa Cattolica.

Vorremmo ora fare un’operazione molto azzardata. Ma prima di procedere ad essa riporteremo ancora una citazione di uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento, Lev Tostoi (1828-1910). La citazione è tratta dal suo celebre romanzo “Guerra e pace” (1865-1869).

La giovane Natascia è fidanzata con il principe Andrei, ma avviene che un volgare avventuriero, Anatol’, approfittando dell’ingenuità della ragazza, riesce a farla invaghire di sé e, senza dirle di essere già sposato, ne organizza, con il consenso di lei, il rapimento. Il piano, però, viene sventato e, appena Natscia apprende che Anatol’ in realtà era già sposato, tenta di avvelenarsi. Viene salvata, ma cade nella più profonda prostrazione fisica e morale. Il principe Andrei rompe il fidanzamento e incarica l’amico comune Pierre di fare l’ambasciata. Pierre è infelicemente sposato con una donna indegna. Nel seguito del romanzo sua moglie morirà e così egli potrà sposare Natascia – nel frattempo anche il principe Andrei sarà morto in guerra.

Nella pagina che riportiamo Natascia, ridotta alla più profonda disperazione, chiede di vedere Pierre, per dargli l’incarico di trasmettere al principe Andrei la domanda, non di ristabilire il rapporto, ma di essere perdonata per il male che gli ha fatto. Pierre, che in un primo tempo aveva coltivato un giudizio negativo sulla giovane, vedendola nel suo stato di prostrazione fisica e morale, si commuove profondamente e incomincia a nascere in lui quell’amore per lei che in seguito, una volta morta la sua indegna moglie, lo porterà a chiedere e ad ottenere la sua mano.

«Lo so che tutto è finito,» disse [Natascia] in fretta. «No, questo non potrà mai accadere. Mi tormenta soltanto il male che gli ho fatto. Ditegli una cosa sola: che io lo prego di perdonarmi, di perdonarmi per tutto…»

Nataša fu percorsa da un tremito in tutto il corpo e sedette su una sedia. Un sentimento di pietà come non aveva mai provato colmò tutta l’anima di Pierre.

«Glielo dirò, gli dirò ancora una volta tutto,» disse Pierre, «ma… io desidererei sapere una cosa…»

«Che cosa?» disse lo sguardo di Nataša.

«Desidererei sapere se voi avete amato…» Pierre non sapeva come nominare Anatol’ e arrossì al pensiero di lui, «se avete amato quell’uomo malvagio?»

«Non chiamatelo malvagio,» disse Nataša, «Io non so nulla, non so nulla…» e di nuovo scoppiò a piangere.

E un sentimento ancor più forte di pietà, di tenerezza e d’amore invase Pierre. Sentiva sotto gli occhiali scorrergli le lacrime, e sperava che non venissero notate.

«Non ne parliamo più, amica mia,» disse.

A un tratto quella sua voce dolce, affettuosa e colma di sincera tenerezza parve molto strana a Nataša.

«Non ne parliamo più, amica mia; ma vi prego di una cosa: consideratemi vostro amico, e, se avete bisogno di un aiuto, di un consiglio, se anche semplicemente avrete bisogno di aprire il vostro animo a qualcuno – non ora, ma quando avrete fatto di nuovo luce nel vostro animo – ricordatevi di me.»

Le prese la mano e la baciò.

«Sarò felice se potrò…» Pierre si confuse.

«Non parlatemi così, non lo merito!» esclamò Nataša; e avrebbe voluto uscire dalla stanza, ma Pierre la trattenne per una mano.

Sapeva che aveva bisogno di dirle qualcos’altro. Ma, quando lo disse, si stupì egli stesso delle proprie parole.

«Calmatevi, vi prego; avete tutta la vita davanti a voi,» le disse.

«Io? No, per me tutto è perduto,» rispose Nataša, avvilita e umiliata.

«Tutto perduto?» ripeté lui. «Se io non fossi quello che sono, ma l’uomo più bello, più intelligente, l’uomo migliore di questo mondo, e se fossi libero, in questo stesso istante chiederei in ginocchio la vostra mano e il vostro amore.»

Per la prima volta dopo molti giorni Nataša pianse lacrime di riconoscenza e di commozione. Per un istante guardò Pierre, poi uscì dalla stanza. Anche Pierre, subito dopo di lei, raggiunse quasi di corsa l’anticamera, frenando le lacrime di commozione e di felicità che gli serravano la gola; si infilò la pelliccia imbrogliandosi con le maniche e salì sulla slitta.

«Dove ordinate di andare?» domandò il cocchiere.

«Dove?» si domandò Pierre. «Dove posso andare adesso? Al club o in visita? No.»

Tutti gli uomini gli sembravano così meschini, così poveri in confronto al sentimento di commozione e d’amore che in quel momento provava, in confronto allo sguardo intenerito e riconoscente col quale lei lo aveva guardato per l’ultima volta attraverso le lacrime.

«A casa,» disse Pierre e, nonostante i dieci gradi sotto zero, aprì la pelliccia d’orso sul suo largo petto, respirando gioiosamente.

Era una notte fredda e serena. Sulle strade sporche e semibuie, sui tetti neri si stendeva un cielo scuro e pieno di stelle. Solo guardando il cielo, Pierre non sentiva l’offensiva bassezza di tutte le cose terrene in confronto alle altezze sulle quali spaziava la sua anima. Arrivando in piazza Arbatskaja ai suoi occhi si aprì l’immenso spazio dello scuro cielo stellato. Quasi a centro di quel cielo, sopra il Boulevard Preèistenskij, attorniata da ogni lato dalle stelle, ma distinguendosi da tutte per la sua vicinanza alla terra, per la sua luce bianca e la lunga coda sollevata in alto, stava l’enorme lucente cometa del 1812, quella stessa cometa che, a quanto si diceva, preannunciava ogni sorta di orrori e la fine del mondo. Ma quella luminosa stella con la lunga coda di raggi non suscitò in Pierre alcun sentimento di terrore. Al contrario, con gioia, con occhi umidi di lacrime, Pierre guardava quella stella luminosa, che dopo aver volato con indicibile velocità attraverso spazi sterminati, seguendo una linea parabolica, come una freccia che si conficca nella terra, si era come fissata in un punto da lei prescelto nel cielo nero, e lì si era fermata levando energicamente la coda verso l’alto, scintillando e giocando con la sua bianca luce fra le altre innumerevoli stelle sfavillanti. A Pierre sembrava che quella stella corrispondesse perfettamente a ciò che c’era nel suo animo intenerito e rinfrancato, e che si apriva a una vita nuova.

Dopo aver riletto questa pagina del grande scrittore russo, proviamo a fare un’operazione insolita. Riprendiamo il testo di Newman, sopra riportato, e sostituiamo i termini relativi alla musica con termini relativi all’amore tra l’uomo e la donna.

«Portiamo un altro esempio di una forma o disposizione esteriore e terrena sotto la quale sembrano essere rappresentate grandi e sconosciute meraviglie. Mi riferisco all’amore tra l’uomo e la donna, come è espresso, ad esempio, in modo mirabile in una celebre pagina di Lev Tolstoi.

«Semplici realtà umane sono coinvolte in questo sentimento, che pure ha suscitato l’ispirazione di un’infinità di scrittori; una realtà veramente molto esigua per un’impresa così vasta! Quale sentimento sa trarre tanto da così poco? Con quali poveri elementi un grande scrittore sa rischiarare di nuova luce il suo mondo! Diremo che tutta questa esuberante inventiva non è altro che pura ingegnosità o abilità dell’arte, come sarebbe un gioco o una moda del giorno, senza realtà e senza significato? O vogliamo dire, con Schopenhauer, che tutto ciò non è altro che un’inganno della natura per continuare la specie – e che, ora che la natura a sua volta è stata ingannata e la specie ha trovato il modo di divertirsi senza riprodursi, tutto è ridotto ad un puro gioco senza significato?

«Possiamo farlo. E allora, forse, diremo anche che la teologia non è che una questione di parole. O piuttosto, bisognerebbe dire che, come nella teologia della Chiesa vi è un mistero divino, che quanti lo sentono non sono in grado di comunicare, così il medesimo è anche presente nella sublimità e nella bellezza di cui sto parlando.

«Per molti le stesse espressioni più alte usate dall’amore sono del tutto incomprensibili. Parlare di un ideale o di un destino comune a loro sembra fantasioso o insignificante, parlare di visioni che l’amore ci dischiude sembra una stravaganza puerile. Ma è possibile che quell’inesauribile e profonda ispirazione che ha dato vita ad immortali pagine di poesia, così ricca e nello stesso tempo così semplice, così complessa e così regolata, così varia e così maestosa, non sia altro che un puro gioco, che va e svanisce?

«È possibile che quelle misteriose commozioni del cuore, quelle intense emozioni, quegli inusuali aneliti non sappiamo verso che cosa, quelle possenti impressioni provenienti da non si sa che, siano causate in noi da nient’altro che da un qualcosa di inconsistente, che va e che viene, che incomincia e finisce in se stesso? «Non è e non può essere così! No! Esse sono come sfuggite da qualche sfera più alta, sono ripercussioni dell’armonia eterna attraverso la bellezza creata, sono gli echi provenienti dalla nostra patria, le voci degli angeli, il “Magnificat” dei santi, le leggi viventi del divino governo del mondo, gli attributi divini, il canto della sposa dell’Agnello che grida: “Vieni Signore Gesù!”. Esse sono qualche cosa oltre se stesse, che noi non possiamo comprendere, che non possiamo esprimere – sebbene un uomo ed una donna mortali, che per il resto non si distinguono al di sopra degli altri, abbiano il dono di suscitarle».

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