Per un rinnovamento della teologia IV

Di don Massimo LAPPONI.

Vi è un articolo molto suggestivo di Madre Lioba – che si può leggere tramite il seguente link di cui vale la pena parafrasare alcuni concetti fondamentali per poi svilupparli ulteriormente.

Si è detto nell’articolo precedente che, secondo le dottrine sapienziali dell’Antico e del Nuovo Testamento, illuminate dal genio di San Tommaso, vi è un legame sostanziale tra l’uomo e il Verbo divino creatore, in quanto l’uomo partecipa, grazie al miracolo della coscienza, alla luce intellettuale increata. Da ciò deriva il fatto che il mondo inferiore incosciente, se pure contiene anch’esso misteriosamente l’impronta della Sapienza divina, soltanto nella luce della coscienza umana riconosce se stesso quale riflesso del Verbo creatore.

In tal senso possiamo affermare che, se è vero che «tutte le cose sussistono in Cristo» (cf Col 1, 17), in modo eminente è l’uomo, nella sua dimensione intellettuale, a sussistere in Cristo, mentre lo stesso mondo inferiore vi sussiste propriamente per mezzo di essa. Dunque l’uomo cosciente viene ad essere una sorta di vicario del Verbo divino.

Ma chiediamoci: se l’uomo sperimenta in se stesso, in modo qualitativamente superiore rispetto al mondo naturale, la misteriosa presenza del Figlio di Dio, che «sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 1-3), quale è la dinamica interiore che gli permette di avere un’intuizione, per quanto imperfetta, di questa divina presenza in cui tutto sussiste, e in cui egli sussiste in modo eminente?

Afferma San Paolo che «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 20).

Proviamo ad approfondire questo concetto alla luce della stessa Sacra Scrittura. Essa ci suggerisce che nella creazione vi è una sorta di gradualità, per la quale Dio si rivela pienamente soltanto quando dà l’ultimo tocco all’universo creato, concedendo all’uomo, quale culmine di tutta la sua opera creativa, il suo dono più prezioso: la donna.

E qui mette conto di citare le parole stesse di Madre Lioba:

«Ricordiamo che, secondo la dottrina del primato dell’atto – dottrina che costituisce il cuore di tutta la speculazione umana – ciò che nella realizzazione temporale appare come ultimo, nella sua realtà metafisica, e nell’intenzione del Creatore, è invece primo.
Se, nel racconto della Genesi, la creazione della donna avviene per ultima, nel suo modello divino e nell’intenzione della Divinità essa era prima. Ciò significa che il vero statuto metafisico dell’uomo, immagine di Dio, non è compiutamente espresso dalla definizione classica “animal rationale”, poiché a quest’ultima deve essere aggiunta, quale attributo essenziale, la dimensione dell’amore, svelata all’uomo soltanto dall’apparire della donna. Se, infatti, il Verbo divino è, per la sua eterna natura, animato dallo Spirito Santo nella sua generazione dal Padre, e perciò giustamente il poeta parla di “luce intellettual piena d’amore”, l’intelletto umano, che lo rispecchia, non dovrà a sua volta essere, per essenza, “luce intellettual piena d’amore”? E non è la donna a completare il rispecchiamento dell’immagine divina e a svolgere, perciò, il ruolo di rappresentante dello Spirito Santo, quando ella appare all’uomo quale “carne della mia carne e osso delle mie ossa” (Gn 2, 23) e gli svela, così, la via per raggiungere la pienezza di quel mistero di amore che giaceva come segretamente infuso nella folgorante bellezza della scena della creazione e che ora palpita nello sguardo stupito che essi si scambiano, quasi non credendo ai propri occhi?».

Ci viene, dunque, suggerito che l’intuizione del Verbo che sostiene tutte le cose, se è già presente nell’atto dell’intelligenza a cui si svela l’intelligibilità iscritta nella natura creata, si realizza nel modo più pieno e più vero nell’incontro dello sguardo amoroso dell’uomo e della donna. In questa “fusione nucleare” del loro essere cosciente il Verbo divino stesso, animato dal soffio dello Spirito Santo, rivela alla creatura umana la sua natura personale e provviddente, che «si estende da un confine all’altro con forza» e «governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sp 8, 1).

In questo ultimo stadio della creazione l’intelligenza stessa dell’uomo, quale vicaria del Verbo, compie un ulteriore salto qualitativo – potremmo parlare di una “quarta dimensione” – per il quale essa diviene partecipe della divina Sofia, intesa quale fusione, nella diversità delle Persone, del Verbo e dello Spirito Santo. Ciò significa che l’opera dell’uomo nel mondo creato non è più soltanto ristretta al governo del mondo naturale, ma è elevata al regno dell’amore. All’amore per la persona umana della donna, dell’uomo e della loro discendenza d’ora in poi deve essere subordinata ogni attività di possesso e di dominio del mondo inferiore.

Abbiamo parlato di “discendenza”. Questo ci apre la strada ad un ulteriore approfondimento.

Come il Verbo manifesta la sua fecondità nella creazione, e soprattutto nella creazione dell’uomo, così la persona dell’uomo e della donna ne rispecchiano la fecondità soprattutto nella generazione della vita. Il loro amore, infatti, è fecondo e, come abbiamo detto, non soltanto né sostanzialmente, a livello biologico, bensì propriamente nella sua dimensione cosciente soprasensibile.

L’immagine tende ad imitare il modello. Ora il Verbo manifesta in modo eminente la sua fecondità, come abbiamo accennato, non tanto nella creazione del mondo naturale, quanto nella creazione dell’uomo, che ne rispecchia la natura personale e cosciente, animata dall’amore increato dello Spirito Santo.

Dunque anche l’uomo e la donna si avvicineranno al modello divino non nel lavoro di dominio del mondo naturale, bensì nella generazione di una discendenza infinita «come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gn 22, 17).

E questa imitazione non tenderà sempre maggiormente alla perfezione del suo modello? La stessa infinità delle generazioni, non contiene misteriosamente un presentimento dell’infinità divina del Verbo? E non adombra, perciò, la promessa della generazione dello stesso Verbo divino nella vita del mondo?

Nel quadro che abbiamo delineato fin qui possiamo vedere riflesso una sorta di divino poema, in cui l’opera della creazione si esalta in una meravigliosa epopea, nella quale risplende l’azione ineffabile della divina Sapienza.

Ma questo quadro non corrisponde, propriamente, alla realtà della storia del mondo, se non come una “storia ideale eterna”. Se, infatti, possiamo vedere in esso il riflesso dell’economia divina, dobbiamo però aggiungere che quest’ultima ha dovuto farsi carico di un tragico elemento di perturbazione che si è introdotto nel mondo: il peccato, il quale è venuto ad inquinare e a corrompere l’opera del Verbo e dello Spirito Santo.

La donna doveva essere il culmine della creazione e della rivelazione del volto divino del Verbo creatore. Ma ella, rifiutandosi di adempiere la sua missione di umile tramite della manifestazione all’uomo della realtà divina, ha voluto essere, invece, «come Dio» (Gn 3, 5), arbitra assoluta del bene e del male, ed è, perciò, divenuta anche per l’uomo pietra di inciampo, che porterà ambedue a decadere dal più altro livello a cui erano destinati – la “quarta dimensione” – e a regredire a semplici dominatori del mondo inferiore.

L’intelligenza senza l’amore, il mondo senza la fiamma dello Spirito Santo, l’uomo e la donna impediti di conseguire quella “fusione nucleare” a cui Dio li aveva destinati. Dunque il loro amore tende a decadere verso il suo aspetto carnale, e ciò si riflette in una discendenza in cui l’opera feconda dello spirito è indebolita, e in varia misura sovrastata, dalla fecondità biologica.

Questo ci fa comprendere il mistero, oggi così poco considerato, per non dire negato, del peccato originale e delle sue conseguenze nel comportamento dell’uomo e della donna e nella qualità “inquinata” del frutto della loro generazione.

In esso dobbiamo considerare da una parte l’ergersi dell’intelligenza e del lavoro umano, rivolti ad una unilaterale conquista del mondo, e quindi l’affermarsi dell’uomo, in quanto almeno fisicamente più forte, e il regredire della donna nella sfera privata. Dall’altra, però, osserviamo lo squilibrio del rapporto tra loro, per il quale, in fin dei conti, l’uomo non trova, nei beni creati, nulla che possa rivaleggiare con la donna, e perciò l’aspirazione di quest’ultima a vendicarsi nei confronti dell’uomo e a ribaltare la sua posizione di forzata inferiorità fisica facendo leva sul suo fascino personale e sulla sua conseguente superiorità psicologica.

Ma questa dinamica squilibrata del rapporto tra l’uomo e la donna avrà soprattutto l’effetto di trasmettere alla loro discendenza, per l’imperfezione dello stesso atto generativo, il medesimo squilibrio, cioè la preponderanza della carnalità sulla dimensione spirituale dell’amore e quindi il perpetuarsi, o anche l’aggravarsi, del prevalere delle dimensioni del dominio del mondo e della falsa affermazione di sé sulla dimensione dell’amore.

Questo squilibrio, tuttavia, non è assoluto e non cancella, bensì soltanto indebolisce, il piano originario di Dio. Quest’ultimo, infatti, lavora sempre segretamente a ricondurre l’uomo e la donna al quel rapporto che era stato preparato per loro e che rimane iscritto incancellabilmente nella loro natura.

Da ciò deriva che la discendenza dell’uomo e della donna, sebbene inquinata dallo squilibrio tra la causalità spirituale e la causalità biologica introdotto dal peccato originale, non ha perduto totalmente il riflesso della sua origine nella fecondità meta-fisica del Verbo divino. E possiamo certamente supporre che vi sia una gradualità di situazioni, nella generazione umana, anche prima e al di fuori della generazione santificata dalla fede e dal battesimo cristiano, a seconda del grado di virtù dei genitori e della maggiore o minore partecipazione dello spirito alla loro unione feconda.

Si trova, nell’opera di un esegeta di indubbia autorità, una spiegazione inaspettata di un celebre testo giovanneo che, se confermata, fornirebbe una sostanziale base scritturistica a quanto ora affermato.

Il testo, trattao dal Prologo al Vangelo di San Giovanni, è il seguente:

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

(Gv 1, 12-13)

Le parole «i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati», generalmente si intendono come una sorta di ridondanza delle parole del precedente versetto: «quelli che credono nel suo nome». Esse, cioè, indicherebbero, appunto, la rinascita in Cristo per mezzo della fede. Al contrario André Feuillet (1909-1998), nel suo volume “Le prologue du quatrième Évangile” (Paris, 1968), riferendosi anche al lavoro di altri esegeti autorevoli, sostiene che la generazione da Dio di cui si parla nel versetto 13 indica una preparazione previa alla fede in Cristo, prodotta dall’azione divina con una grazia perveniente in tutto il mondo, fin dalla sua origine, e in ogni epoca e situazione sulle persone che si accostano a lui.

Feuillet cita, a conferma della sua interpretazione, queste parole di A, Vanhoye: «Anche se immerso in una spessa ignoranza religiosa, anche se perduto nel mondo dell’errore e del vizio, l’uomo è ancora raggiunto da Dio e attirato da lui in occasione delle sue opzioni di coscienza. Ogni progresso compiuto nel senso della sincerità e del disinteresse, ogni rinuncia alla sufficienza orgogliosa è un consenso all’azione del Padre e l’inizio di una relazione filiale» (op. cit. p. 83).

Se questa interpretazione è giusta, nulla vieta di svilupparla ulteriormente e di sostenere che la relazione filiale si manifesta anche nella generazione da parte di genitori che, mossi da una grazia preveniente di Dio, abbiano illuminato il loro amore con opzioni di coscienza ispirate a sincerità, disinteresse e rinuncia ad una sufficienza orgogliosa, e abbiano, perciò, fatto prevalere, anche nella generazione dei loro figli, la forza dello spirito sulla causalità biologica.

Nei successivi contributi dovremo sviluppare ulteriormente il quadro sapienziale che ora incomincia ad apparire.

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