“Labora”: un problema cruciale per la vita monastica

Di don Massimo LAPPONI.

«Ora et labora» è il celebre motto benedettino. Che la preghiera debba avere un ampio spazio nella vita di un monaco benedettino è ovvio. Ma nella giornata di un monaco vi sono molte ore in cui non si è impegnati nella preghiera.

«L’ozio è il nemico dell’anima. Perciò i fratelli siano occupati in determinati tempi nel lavoro manuale e in altri tempi stabiliti nello studio delle cose divine», scrive San Benedetto (Regola, c. 48)

Ma un lavoro non è determinato soltanto dalla necessità di evitare l’ozio! Ovviamente il lavoro è richiesto anche dai doveri della vita di tutti i giorni e dalla necessità di procurare i mezzi per la propria vita e per qualsiasi iniziativa.

Inoltre oggi è molto sentita la sfida del “dovere sociale”, il quale spinge tutti a fare qualche cosa di utile per i poveri e i bisognosi. Ma sappiamo che i monaci devono vivere ed esercitare le loro attività e virtù specialmente nella «clausura del monastero» (Regola, c. 4). Dunque, di che genere sarà il lavoro di un monaco? Sarà impegnato soltanto in lavori all’interno del monastero? Ma quale sarà la loro utilità per la società? Si limiterà allo studio? E che diremo di quelli che non sono portati allo studio?

Questo problema non è tanto sentito durante i primi anni di vita monastica: il postulante, il novizio, lo studente, sono impegnati nell’apprendere le regole della vita monastica e nello studio della teologia, e perciò la loro giornata è piena. Ma quando questo primo periodo di vita monastica finisce, quali saranno gli impegni del monaco, oltre l’ufficio divino? Rimarrà nella sua stanza a studiare, se questo gli piace, ovvero a dormire? Sarà impegnato nell’apostolato parrocchiale, ma con i legami degli orari e delle restrizioni della vita monastica, o sarà occupato nell’orto o in qualche attività di insegnamento?

In tutti questi casi sembra che le restrizioni monastiche siano piuttosto un impedimento per il monaco che desidera praticare un lavoro, fisico o intellettuale, e che chi non è adatto per certi generi di lavoro probabilmente passerà il tempo nell’ozio. Inoltre, sembra che lo studio, l’insegnamento o la coltivazione di piante nella clausura non siano lavori tanto utili per la società! Non sarebbe meglio, allora, rinunciare alla clausura e andar fuori del monastero per curare i poveri e i bisognosi? Ovviamente, questa sarebbe la fine della vita monastica! Ma sarebbe una perdita così grande?

Ma questo ragionamento del senso comune è fondato su falsi pregiudizi e fraintendimenti. Il primo pregiudizio è che la pratica della carità incomincia fuori della porta di casa: cioè, che l’assistenza data ai membri della propria famiglia o comunità non è carità e che la carità è soltanto l’assistenza materiale ai poveri nelle strade. Il secondo pregiudizio è che l’unico modo di assistere i poveri e i bisognosi è di dar loro soldi, cibo, vestiti e medicine quando stanno morendo di fame nelle baracche o giacciono in terra.

Contro questi pregiudizi dobbiamo sottolineare che la prima carità deve essere praticata verso le persone che ci sono affidate come membri della nostra stessa comunità e con i quali costruiamo giorno per giorno una comune ricchezza familiare, la quale è il fondamento del benessere non solo per una famiglia o una comunità, ma per l’intera società. Nutrire e curare i propri figli, fratelli e anziani è la prima e fondamentale forma di assistenza ai bisognosi. Ed anche l’assistenza fornita fuori casa ai poveri nelle strade è fondata sulla pratica della carità, della sobrietà, dello spirito di povertà e di risparmio nella casa: infatti essa può sgorgare soltanto dalla ricchezza comune – spirituale e materiale – di famiglie e comunità ben gestite.

Così, se soltanto alcuni membri di una comunità sono direttamente impegnati nell’assistenza dei poveri nelle strade, essi non potrebbero farlo se non fossero a loro volta assistiti dai loro fratelli nella loro comunità o famiglia.          

 Inoltre, interpretare le parole: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25, 35) nel più stretto senso letterale, significa dimenticare altre frasi del Vangelo, come: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4), ovvero: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6, 27).

Ciò non significa, ovviamente, che non dobbiamo prenderci cura delle necessità materiali delle persone! Ma dobbiamo renderci conto che la sorgente della vera ricchezza – e anche della ricchezza materiale – si trova in una vita ben regolata e che una vita ben regolata significa, generalmente, una famiglia o una comunità ben regolata. Una vita buona, o ben regolata, è una vita illuminata dallo Spirito di Dio attraverso la preghiera, la virtù, la sobrietà, lo spirito di povertà, la carità. Ma se una vita ben regolata significa, di regola, una vita comune ben regolata, di fatto dovremmo avere comunità e famiglie illuminate dallo Spirito di Dio.

Se in una famiglia o comunità sono praticate la virtù e la carità, il primo risultato di questa pratica sarà la prevenzione del vizio e della povertà che da esso deriva. Infatti la povertà, in tutti i suoi sensi, è spesso l’effetto del vizio e di una vita mal regolata – e di una vita familiare mal regolata. La prevenzione è meglio della terapia! Perciò coltivare una vita ben regolata nelle famiglie e nelle comunità è il modo migliore per assistere i bisognosi – e in questo caso i bisognosi sono i bambini o i giovani o altri che hanno bisogno del nutrimento, materiale e spirituale, per crescere e vivere in modo sano. E assistere i poveri fuori casa richiede non soltanto l’elargizione di cibo, vestiti, soldi e medicine, ma anche e più guida e sostegno per correggere i vizi, sviluppare le virtù e possibilmente conseguire una ben gestita vita familiare, di cui bisogna offrire ad essi l’esempio.   

Vediamo, dunque, che sullo sfondo di qualsiasi attività caritativa vi è la necessità di una vita familiare o comunitaria ben regolata. Infatti, ogni umana ricchezza comune sgorga dalla ben regolata vita familiare e si diffonde non soltanto attraverso la diretta elargizione di benefici materiali, ma anche e più attraverso il dono del “nutrimento” di una buona formazione umana, la quale è data attraverso l’educazione dei figli, il buon esempio di una sana vita di famiglia e l’amore del prossimo esercitato dentro e fuori casa.

Una volta dissipati pregiudizi così radicati, possiamo ora applicare ciò che abbiamo detto alla vita monastica.

La prima pratica della carità in una comunità monastica, come in una famiglia, deve essere rivolta ai membri della comunità stessa e alla vita comune, in modo che i giovani aspiranti siano ben formati, i fratelli si amino e si aiutino l’un l’altro a compiere bene i loro doveri, gli anziani e gli infermi siano convenientemente assistiti, la casa sia ben curata, le risorse siano convenientemente usate e rinnovate, la ricchezza sia accresciuta e risparmiata per il bene dei fratelli e dei bisognosi e per le necessità della società, la chiesa sia ben tenuta e adornata, la preghiera e la liturgia siano curate con amore per il bene e la felicità più alta di tutti gli uomini, le arti sacre, come la decorazione e il canto – che sono la “Bibbia dei poveri” – siano realizzati con tutto lo splendore necessario per nutrire la fame di poesia del cuore di ognuno, le utili scienze e capacità di ogni genere siano coltivate per il bene della comunità e della società e per l’istruzione di quanti desiderano e necessitano di imparare.

Soprattutto una comunità monastica deve essere un modello di ben gestita vita comune, tale da potersi imprimere nelle famiglie e nei vari raggruppamenti per mezzo dell’esempio e di apposite istruzioni. Oggi questo è divenuto estremamente importante, perché la famiglia naturale attraversa una grande crisi ed è minacciata dai cattivi costumi e dai cattivi esempi, tanto che genitori, figli ed educatori non sanno più come realizzare una ben gestita vita familiare. Dunque, attraverso il contatto, l’esempio e le istruzioni, le comunità monastiche devono aiutare le famiglie a riacquistare la pratica di un’attività giornaliera saggiamente organizzata, divisa tra la preghiera e il lavoro utile («ora et labora»).

Dunque, dopo il periodo degli studi regolari, i membri di una comunità benedettina non devono sentirsi disorientati né devono invidiare chi esercita attività fuori della clausura. Al contrario, essi devono capire che ogni impegno per il servizio dei fratelli, il mantenimento della casa, lo splendore della liturgia, l’approfondimento della preghiera personale, l’esercizio di utili scienze e capacità, l’elargizione di benefici materiali e spirituali a chiunque, soprattutto il dono di una bella chiesa e di una bella liturgia, l’esempio di una vita santa, preziose istruzioni alle famiglie per una ben regolata vita quotidiana, sono mezzi meravigliosi per praticare la carità cristiana e sono un incalcolabile beneficio per la società. Fin dall’inizio della loro vita monastica i fratelli dovrebbero cercare, con il consiglio dei loro superiori e direttori spirituali, quale potrebbe essere per loro – in considerazione delle loro inclinazioni – la pratica, l’attività o la scienza che essi vorrebbero maggiormente coltivare per essere più utili per il servizio dei fratelli, la conduzione della casa, la cura della liturgia e della preghiera, il dono di benefici spirituali e materiali ad ognuno, e soprattutto alle famiglie.

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