Gioia e canto popolare

A cura di don Massimo LAPPONI.

Dal libro “Mehr Freude”, “Più gioia”, del vescovo di Rottenburg Paul Wilhelm von Keppler (1852-1926) – che a suo tempo fu un vero best seller: pubblicato in tedesco nel 1909, tradotto in tredici lingue e pubblicato in prima edizione italiana nel 1911, in seconda edizione nel 1982 e in terza edizione nel 2013 – riproponiamo il capitolo sul canto popolare. Riletto a distanza di più di un secolo, esso, se da una parte testimonia una situazione diversa e ancora in evoluzione, nello stesso tempo mostra che i guasti allora denunciati non hanno fatto che aggravarsi in modo esponenziale.

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Molti scrittori han disputato se il canto popolare viva ancora o sia morto del tutto. Morto non è, perché non può morire: ma non si può negare che esso non sia più quel che era una volta, e che tragga una vita simile a morte.
Certo il popolo canta ancora, specialmente il popolo cristiano nelle chiese. Qui vive il canto popolare, e sempre intende a intrecciare nella vita del popolo le gioie più nobili ed alte con le sue melodie così piene d’anima, col suo tesoro di antichissimi canti, con accordi e armonie che trovano e additano la via del cielo. Anche fuori della chiesa canta il popolo ancora, ma così raro è quel canto e così strano, che pare ad udirlo quasi la nenia funebre del canto popolare. Questo echeggia ancora qua e là in campagna tra i boschi e nei piani i giorni di festa, e di tratto in tratto ad accompagnare il domestico lavoro: ma in città vive ormai quasi solo nelle bettole e tra i coscritti e i soldati. E che canti!

Non più quelli che ancora trenta o quarant’anni fa si cantavano: ma le canzoni brutali dell’oscenità e dell’ubriachezza, ove più che l’anima del popolo, canta lo sfrenato spirito dell’alcool, fatte d’insulsaggine e di lascivia: canzonacce da trivio, strofette e melodie tolte dalle operette più recenti dei teatri o dei caffè concerti, ripetute sino alla nausea, poi gettate via per mutarle con altre, se è possibile, anche più volgari e lascive. Delle canzoni dei coscritti e dei soldati osservava recentemente un autorevole periodico: «Molte non solo rasentano la trivialità, ma sono affatto triviali».

E come canta oggi il popolo? Spesso con una brutalità così ributtante e quasi sempre con così indicibile tristezza, che ci si stringe il cuore di dolore e pietà per la sua povera anima inferma, che si duole inconsapevole in quel canto. Certamente il canto popolare tedesco ebbe sempre qualche cosa di melanconico: ciò, bene osserva il Foerster , deriva dal fatto che l’anima del popolo nella semplicità della sua intuizione concepisce la vita assai più profondamente e veracemente del cosiddetto uomo colto. Ma questa mestizia dell’antico canto popolare è di ben altra natura: essa scaturisce dal profondo dell’anima, ansiosa ascende per le modulazioni del ritmo e volentieri s’accompagna allo scherzo e alla giocondità e cede ad un riso cordiale. Col canto essa allevia il cuore oppresso e ammonisce chi si rallegra a serbar la misura, sicché la gioia non si tramuti in dolore.

Invece nei miseri avanzi del canto popolare non v’è più né la vera serietà né la schietta allegria. «Dov’è andata l’allegria tedesca?» domanda Ernesto von Wildenbruch. «La Germania era una volta una terra gioconda. Spontaneo v’era il riso e cordiale, come in ogni altro popolo, anzi più che negli altri potente. Oggi nel fremito delle grandi città, che fan plauso allo spirito importato dai saltimbanchi, non si ode più il riso della terra tedesca. All’odor di miseria e di pervertimento sessuale che esala dalla nostra letteratura sociale naturalistica, dalla moderna letteratura femminile, il volto della Germania ha perduto il sorriso: ed ha preso pieghe e rughe nuove, in cui s’annidano il malumore, l’affanno, la stanchezza. Ah se potesse ridestarsi il dormiente, il brav’uomo dal riso schietto e sonoro, il burlone tedesco! Se il nostro popolo potesse riavere ancora il cuore giocondo, il riso di se stesso, e mormorazioni e ingiurie e amarezze e tutto il suo nero umore gettasse via dall’anima in una sana risata, sicché di nuovo imparasse a guardare con libero occhio nel mondo».

Non vive più quel canto popolare che era già col popolo ad ogni passo, compagno di viaggio e di tenda nel suo peregrinare, compartecipe di gioia nelle società e nei divertimenti, consolatore nei dì gravi, e specialmente fido amico e caro aiuto nel lavoro, nel quale appunto era singolarmente prezioso il suo aiuto, a trascorrere con operosità gioconda la vita, e render lieve il giogo del dovere. Nuovi studi assai interessanti han mostrato quanto grande sia stata attraverso i secoli l’alleanza tra «lavoro e ritmo», cioè musica e poesia, alleanza anch’essa consacrata dal Cristianesimo, che fin dai primi suoi tempi intessé nel lavoro una fiorita di salmi e d’inni alleluianti, come l’Apostolo appunto ammoniva (Efes. V, 18 e segg.). E per tutto il medioevo ritmo e lavoro han serbato l’alleanza fedele, a vantaggio del popolo ed aumento di gioia. L’età moderna ha scisso anche questa e non può ancora riuscire a risanarla. La nostra vantata civiltà e cultura, la perpetua affannosa caccia alla vita, l’asservimento di tanta parte del lavoro del popolo alla macchina, il suo imprigionamento nelle fabbriche e tante altre trasformazioni moderne han fugato il canto popolare dal regno del lavoro. In verità non si può considerare come lieve una tale perdita. Quanto con esso ci sia venuto a mancare, può ben farcelo sentire lo studio profondo che con pietà così gentile gli ha dedicato Otto Bökel . Solo chi ha le nausee delle civiltà troppo raffinate o chi ponga ad esso assai leggera considerazione, non trova altro nel canto popolare che un’ingenua specie di divertimento del popolo, o l’infimo grado della poesia non più compatibile con una cultura più elevata. Ma chi mira più profondo, vi scopre veramente il buon genio del popolo. Il suo contenuto poetico è stato assai apprezzato nientemeno che dal Goethe: ma più notevole ancora è il suo contenuto morale educativo.

Come esso prorompe dall’intima vita del popolo, così sulla sua anima più profonda reagisce con naturale potenza, la trascina e l’agita, la redime ed eleva, la consola e ricrea. Esso è tutto pervaso d’un sano ottimismo: anche se vi domina l’affanno e il dolore, alta ascende la sua aspirazione a trasfigurare nella poesia i foschi aspetti della esistenza umana, a risolvere le dissonanze della vita in armonia. Su una forte trama religiosa la sua anima è tutta intessuta di puro e sano sentimento morale; fede sicura in Dio, gioia del lavoro, amore e sospiro della patria, amore di madre e di sposa, sentimento della famiglia, sono le note fondamentali profonde e tenere di quest’armonia: vi si alterna talora il riso dell’umorismo e la più fresca ilarità.

Figlio della natura, da essa sugge il canto popolare la sua miglior forza. Ad essa con tutta l’anima s’abbandona, sa chiudere nell’incanto della parola e del suono le sue bellezze, i suoi fremiti e le sue delizie; e renderle presenti al cuore del popolo. «Le descrizioni naturali della poesia popolare son quasi tutte sfumate con arguta brevità; non toccano che l’essenziale. L’uomo primitivo è tutto vivo e attivo nella natura che lo circonda; non ha quindi alcun bisogno di descriverla a fondo, e può ben esser sicuro che nell’anima dei suoi uditori e compagni di canto pronta e viva ne risorga l’immagine anche solo con pochi energici tratti abbozzata. Perciò la piena bellezza delle descrizioni naturali nel canto popolare potrà essere interamente gustata solo da chi consenta nell’anima con gli uomini primitivi. Chi non può con tutto il suo essere ricrearsi al giuoco di colori delle nubi e al lampeggiante raggio del sole, chi non sente l’anima ebbra di letizia al canto degli uccelli e al profumo dei fiori, non è quegli l’eletto a cui la poesia popolare schiuda il suo più puro incanto; quegli non potrà mai dalle delicate linee della descrizione ritrarre la piena bellezza della viva natura».
E v’è ancora una cosa singolare nel canto popolare: la sua energia, la sua vitalità indistruttibile. Anche in condizioni sfavorevoli esso non cede che lentamente, a passo a passo. Spregiato e bandito, si ritrae sempre più indietro dalla città alla campagna, dalla campagna sui monti: dileggiato dagli adulti, trova ancora a lungo rifugio tra i bambini: superstite a guerre e catastrofi, rinnova di secolo in secolo la sua gioventù. Ma perché ora appunto è presso a morire? Solo dei profondi sconvolgimenti potevano preparargli tal sorte. Non v’è ormai più un popolo che viva in natura, perciò non v’è più un canto popolare.

Alla civiltà moderna resta ancora soltanto la poesia d’arte. «Il canto popolare ama gli angoli secreti e tranquilli, ove regna la quiete e la pace: dinanzi allo strepito dell’età moderna, si ritrae spaventato nella solitudine. Dinanzi al denso fumo delle locomotive, dei camini delle fabbriche, si dileguano i canti del popolò, come già gli elfi al suono delle campane. La civiltà che progredisce ricaccia indietro spaurito l’antico nativo canto popolare. Come timido cerbiatto dal folto del bosco, guata ancora qua e là qualche figlio della musa popolare coi suoi occhi sognanti in un mondo di civiltà stranamente mutato, pieno di fumo, di strepito, d’inquietudine: del resto tace ovunque il canto popolare fra gli uomini moderni».

Ma questa morte, questa sparizione, secondo il Bökel, vuol dire nientemeno che il lento spegnersi dell’intima vita dei popoli e crea una lacuna che tutti i vantaggi della civiltà non possono colmare. Egli crede tuttavia possibile ancora rianimarne la ormai spenta letizia nella società moderna. Che veramente esso possa ridestarsi a vita nuova? Troppa speranza certo non si potrà riporre nel grido di allarme ora lanciato ai congressi, alle scuole, alle società di canto, che da gran tempo se n’erano sdegnosamente allontanate: Salvate il canto popolare! Il male è troppo profondo. Nel mondo moderno vi sono altrettanti nemici del canto popolare, quanti ve ne sono degli uccelli che cantano.

Quel che è innegabile è la reciproca connessione causale: morendo il canto popolare, una buona parte di gioia si dilegua dalla vita del popolo, e, mancando nella vita del popolo la gioia, il canto popolare non può prosperare più. E col canto popolare muore la poesia: entrambi vivono e muoiono insieme.

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