INTERVISTA A CHIARA BERTOGLIO

Chiara, si può pensare la musica non solo come teatro dei sentimenti ma anche come strumento per cercare un senso alla vita? In che modo recuperare questo legame tra pratica musicale e meditazione, letture profonde della realtà vissuta?

Indubbiamente sì, la musica è uno dei mezzi per eccellenza con cui l’essere umano può porsi le grandi domande dell’esistenza e mettersi in ascolto delle risposte. La nostra cultura e società spesso immagina una sterile opposizione fra ragione e sentimento, senza tener conto che essi sono profondamente interconnessi e quasi inscindibili nella concreta realtà di ogni essere umano. La musica sorpassa questa artificiosa distinzione, ponendosi come linguaggio simbolico degli affetti che tocca la profonda verità della persona. È “linguaggio”, in quanto possiede una propria sintassi, delle regole, delle architetture che costituiscono un aspetto fondamentale della sua bellezza estetica e della sua intelligibilità, nonché della sua dimensione comunicativa; è “simbolico” perché tiene insieme, secondo l’etimologia del termine “symbolon”, le diverse dimensioni dell’essere umano; è “degli affetti” in quanto tocca profondamente e commuove, sfiora e talora sconvolge i sentimenti, ma coinvolge anche la volontà, il desiderio, il nostro senso del tempo, le nostre aspettative e le nostre speranze.

Credo perciò che sia molto difficile, se non impossibile, realizzare una musica veramente bella (estetica), vera (etica), toccante (affetti) se non si è persone salutarmente inquiete, in profonda ricerca del senso della vita. Se la prassi musicale diventa una sorta di atletismo fine a se stesso, essa degenera immediatamente nel narcisismo, nel culto della personalità, nella pretesa “espressione” del singolo che non raggiunga mai la dimensione veramente comunicativa. Se invece ci poniamo al servizio della musica, del suo messaggio, e di chi ci ascolta, con umiltà e sincerità, allora la nostra vita musicale diventa davvero preziosa per la società e per noi stessi.

Cosa cerca di spirituale nella sua arte di interpretare, ovvero cosa c’è di spirituale nel “far crescere” un’opera altrui attraverso una personale rigenerazione?

Il fascino dell’opera d’arte musicale sta nella profonda relazionalità che richiede ed implica. È commovente pensare che geni assoluti come Bach o Mozart abbiano “bisogno” di noi, umili artigiani di oggi, per far vivere nel concreto dei suoni la loro musica. Quando ci rendiamo conto di questa realtà, se siamo veri musicisti non ce ne sentiamo solo lusingati: piuttosto, questo onore ci fa sentire molto piccoli davanti alla chiamata che ci viene offerta. Entriamo allora in dialogo con la concreta realtà del brano musicale che affrontiamo, pensato sia come creazione di una specifica persona in un contesto fatto di tempo e di spazio, sia come realtà artistica “libera” e non riducibile all’esperienza del compositore. In entrambi i casi, dal confronto fra l’interprete ed il brano nasce la vera libertà dell’interprete. Solo nella misura in cui siamo noi ad essere al servizio della musica e del compositore possiamo essere veramente noi stessi; la personalità dell’interprete fiorisce ed è valorizzata nella misura in cui essa non si impone e non si serve della musica per farne uno strumento del proprio narcisismo. Quanto più ci esponiamo ai raggi di luce della composizione, tanto più possiamo brillare di luce riflessa; quanto più cerchiamo di sovrastare con il nostro ego la musica, tanto più eclissiamo la bellezza della musica stessa e la sua verità.

Lei ha scritto un libro sulla musica della Riforma: come è cambiato il pensiero sulla musica in quel periodo nell’Europa luterana e calvinista e come la musica ha contribuito a cambiare il pensiero spirituale? Cosa ci insegna questa storia oggi?

Studiare e scrivere Reforming Music è stata per me un’avventura affascinante. Nel Cinquecento, un vasto movimento di pensiero collegato anche all’umanesimo – che poi si traduceva in pensiero teologico e spirituale – affermò l’importanza della parola (e della Parola), cercando forme musicali che valorizzassero il testo sacro e ne permettessero la comprensione. Inoltre, riformatori come Lutero e Calvino (ma anche come San Filippo Neri o San Carlo Borromeo!) compresero ed intuirono l’importanza della musica per coinvolgere i credenti, animare le assemblee, aiutarle a pregare e fissare nella mente e nel cuore la Parola di Dio. Dal canto suo, la musica ha spesso apportato proprio quella dimensione simbolica cui accennavo precedentemente, “salvando” molte confessioni cristiane da un’aridità meramente razionale e da una speculazione teologica troppo accademica; inoltre, ed in modo cruciale, la musica ha costruito persino nel momento di maggior opposizione confessionale dei “ponti” fra le Chiese, grazie alla bellezza delle sue melodie ed al contenuto spirituale che veicolavano.

L’insegnamento per l’oggi è quindi indubbiamente quello di riscoprire le potenzialità della musica sacra, sia all’interno delle Chiese sia come risorsa culturale, educativa e sociale che andrebbe proposta molto più generosamente e largamente; inoltre, in un momento storico in cui il cammino ecumenico ha una grande importanza per molte Chiese, la musica andrebbe valorizzata come formidabile strumento per creare comunione, conoscenza, prossimità.

Un altro libro si chiama Logos e Musica: cosa “dice” la musica? Cosa comunica d’altro rispetto alla parola?

“Logos e Musica” è il titolo che ho dato ad un libro dedicato ad alcune interpretazioni musicali della figura di Cristo. Per i cristiani, egli è il Logos, la Sapienza divina, ma anche la “Parola” del Padre all’umanità, il suo messaggio d’amore. Tale messaggio non si può limitare alla “parola”, perché nella nostra esperienza comune sappiamo bene che molte delle cose più importanti della nostra vita non si possono esprimere a parole. Victor Hugo diceva che la musica dice ciò che non si può dire ma che sarebbe impossibile tacere; e chiunque – credente o non credente – abbia fatto esperienza dell’infinito ascoltando, per esempio, la Passione secondo Matteo di Bach può capire la verità di questa affermazione.

La grande musica ci apre uno spiraglio sull’infinito, sulla chiamata dell’essere umano ad una dimensione che non si può ridurre alla sola materialità, alla sola quotidianità, al solo visibile (pur valorizzando la materia, il quotidiano ed il visibile); i “brividi” che essa ci dà provengono dall’accorgerci, seppur per qualche istante, di quanto ci possa essere di infinitamente bello, buono e vero al di là di ciò che vediamo e conosciamo ogni giorno.

Lei dedica parte del suo impegno insieme intellettuale e artigiano per offrire musica alle persone fragili: qual è la ragione di questa scelta? Che relazione hanno l’esperienza musicale e la vita liminare di chi è lasciato dal mondo, e talora nascosto, nelle sue periferie?

Grazie anche alla testimonianza della mia famiglia d’origine e di persone meravigliose che ho avuto il dono di conoscere, mi si è rivelata sempre di più l’intima e insopprimibile grandezza della persona umana, in quanto tale, e non solo valutata in base alle sue capacità, alla sua estetica, ai traguardi che ha raggiunto. Suonare per persone con problemi di disabilità, di emarginazione, di fragilità, di malattia, è un enorme privilegio: da loro ricevo moltissimo, perché sono persone che hanno un’immensa grandezza interiore, sensibilità speciale, capacità di ascolto, apertura all’amore ed all’affetto spontaneo. Mi hanno insegnato che forse si può sopravvivere senza la musica, ma non “vivere”; proprio ciò che rende umani gli umani è anche ciò che si nasconde nella musica e si rivela nella sua bellezza. La gratuità, l’apparente inutilità della musica, il fatto che essa non “serva a niente” e non “produca niente”: in questo, la musica è quasi sorella delle persone più emarginate, che la nostra società rifiuta perché “non servono” e “non producono”; eppure, come la musica, queste persone sono infinitamente belle, sacre, preziose.

In questa contemporaneità che rifugge dal peso delle tensioni trascendenti, almeno in apparenza, come si può vivere una dimensione spirituale “nel mondo” senza sentirsi soli?

Bellissima domanda! Da un certo punto di vista devo confessare che talora la dimensione della solitudine in senso negativo si fa un po’ sentire: c’è molta fatica, da parte delle persone, nel confrontarsi con le grandi domande della vita, e talora mi piacerebbe poterlo fare più frequentemente in sincerità e semplicità. D’altro canto, quando inizio un concerto, cerco sempre di ripetermi di “voler bene” al pubblico che è venuto ad ascoltarmi, e spero tanto che, almeno qualcuno, possa uscire dall’esperienza di ascolto con un po’ di nostalgia di infinito ed un po’ di pace nel cuore. Infine, devo dire che proprio il dono di vivere “nel mondo”, con l’attività concertistica ma anche con tante altre attività quotidiane, mi aiuta a rendermi conto dell’incanto che ogni persona ed ogni incontro possono essere. Spesso, come giustamente osserva lei, è solo apparente la fuga dal trascendente, e in realtà l’uomo e la donna di oggi hanno infinitamente sete di bellezza, di aria pura, ma anche di un sorriso e di un gesto di affetto. Così, cercando sempre di non imporre nulla (e la musica, in questo, è un dono grande, perché offre senza imporre!), mi capita spesso di provare ad offrire una mano a chi incontro, e vedere che talora c’è molta disponibilità ad accoglierla ed offrirla a propria volta, in uno scambio profondo, vero, intenso e “abitato da Dio”, che – lo credo profondamente – è presente in ogni persona che mi viene dato di incontrare.

Lei è insegnante oltre a essere musicista, musicologa e teologa: come sintetizza questa personalità eclettica nel suo magistero pedagogico?

Insegnare è per me un grande privilegio, perché reputo un onore essere chiamata a condividere un po’ del mio percorso umano, musicale, culturale e di esperienza con persone più giovani cui spero di poter dare qualcosa di vero e profondo. Il rapporto umano con gli allievi e gli studenti è perciò, per me, prioritario, e senz’altro precedente e più importante dei traguardi musicali, pur cercando di aiutare, per quanto posso, ogni mio allievo a dare il meglio di sé e raggiungere il miglior livello possibile. Partendo dal rapporto umano, perciò, parto dall’incontro fra un “io” ed un “tu”; e dell’io… che sono io fanno parte i miei studi, i miei interessi anche extramusicali, le mie esperienze di vita, i miei limiti (naturalmente!), i miei sogni, le mie delusioni e così via. Aver studiato la dimensione culturale e “scientifica” della musica come musicologa è indubbiamente uno di questi aspetti, che porto nel mio insegnamento, e da cui cerco di trarre principi, informazioni e idee che trasmetto ai miei ragazzi; l’interesse spirituale che mi ha portata ad approfondire la teologia della musica è un altro elemento per me molto importante, anche se cerco di trattare questi temi con enorme delicatezza e rispetto. Essi fanno parte di me, per cui non sarei me stessa se non me li portassi dietro; tuttavia, quando capita di parlarne, cerco di farlo senza tradire me stessa ma anche senza violare la sacralità dell’intimo delle persone con cui mi trovo, conscia che il luogo dell’anima in cui ogni persona si confronta con l’infinito è una sorta di “tempio interiore” in cui si può entrare solo se invitati dall’altro.

Quali sono per lei le azioni che la scuola italiana dovrebbe adottare per restituire all’arte e alla bellezza il ruolo centrale che meriterebbe per garantire l’integrità e la pienezza del vivere dell’uomo?

Innanzi tutto, credo che bisognerebbe che la società nel suo insieme si convincesse e comprendesse che ciò che “serve” alla società stessa non è soltanto ciò che le è “utile”; che nell’educazione dei giovani si può e si deve “perdere” del tempo a trasmettere passioni, conoscenze e saperi che non saranno immediatamente “spendibili” (orrenda parola) sul mercato del lavoro. Una società di efficienti tecnocrati è anche una società che rischia profondamente la schiavitù o la dittatura; una società di uomini e donne libere è una società di persone non solo “libere da”, ma anche “libere per”. Libere “per” coltivare la propria anima, le relazioni, ciò che ci rende veramente persone; ciò che nessun robot potrà mai fare al posto nostro. Dovremmo anche avere il coraggio di proporre qualche “camminata in vetta” – nelle vette dell’arte, della bellezza e della cultura – confidando nel fatto che l’essere umano, in quanto tale, ha sete e bisogno proprio di quest’aria. È faticoso, certe volte, accostarsi ad alcuni capolavori della musica, della cultura e dell’arte, così come è faticoso costruire amicizie vere e profonde, e come è faticoso “vivere” realmente; ma sono queste “fatiche” quelle che danno le gioie più vere, durature, sane, e che costruiscono uomini e donne capaci di pensare, amare, incantarsi, ridere e piangere.

Quale bellezza, per lei salverà il mondo? E quale musica?

La domanda è molto diretta, e risponderò con altrettanta franchezza. Per me, la bellezza che salva è quella del crocifisso: e penso che anche chi non condivide la fede cristiana possa capire che la bellezza più grande si ha nell’amore più grande, raffigurato nell’immagine di chi ha dato la vita per amore. Perciò, la bellezza che possiamo e dobbiamo cercare è innanzi tutto quella dell’amore vero, dell’amore che non cerca il possesso dell’altro ma il dono di sé. In conseguenza, la musica “che salva” è la musica fatta per amore, con amore, con generosità e voglia di donarsi, con la verità del proprio essere e della propria persona; non una musica-spettacolo, ma una musica-servizio, una musica che sappia abbracciare, consolare e toccare nel profondo perché viene dal profondo. Con le parole di Beethoven, una musica che viene dal cuore e cerca ospitalità nel cuore.

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