Per un rinnovamento della teologia

Di Don Massimo LAPPONI.

Qualche anno fa ebbi occasione di assistere ad esternazioni estremamente ostili nei confronti dell’allora regnante Papa Benedetto XVI da parte di un religioso non privo di istruzione, il quale sembrava, con la sua violenta e irriducibile arroganza, possedere un dono di infallibilità assai più consistente ed esteso di quello che la tradizione dogmatica attribuisce ai successori di Pietro.

Ma quanto poco egli fosse infallibile lo dimostra il fatto che, per sostenere i suoi argomenti, aveva citato in modo erroneo il famoso libro-intervista di Vittorio Messori al Cardinal Ratzinger, “Rapporto sulla fede” (1984). Egli, infatti, attribuiva arbitrariamente al Ratzinger un giudizio negativo sul Concilio Vaticano II, in quanto detto concilio avrebbe diminuito il senso della trascendenza di Dio. La conclusione che il nostro amico traeva da questa premessa – come ho accennato, erronea – era che: “Dunque vogliamo essere monofisiti?”

Accenno appena al fatto che, poco portato alla polemica e sempre attento a non fare affermazioni non documentate, sul momento mi limitai ad esprimere timidamente un dubbio e soltanto più tardi, dopo aver consultato il testo di Messori-Ratzinger, copiai le esatte parole del cardinale, che, al contrario di quanto affermato dal religioso contestatore, difendeva il Concilio contro le critice di conservatori e progressisti, le inviai via email all’interessato e lo invitai garbatamente a ritrattare pubblicamente le sue affermazioni erronee, come pubblicamente, e con assai poca moderazione, esse erano state fatte. Ovviamente non ricevetti nessuna risposta.

Ciò che soprattutto merita attenzione in questo episodio è l’attribuzione, fatta da un rappresentate ben preparato del progressismo teologico, ad una teologia presentata come conservatrice e anticonciliare della qualifica di “monofisita”.

Colpito da questa singolare attribuzione, senza capirne al momento i motivi, vi ho riflettuto per molti anni e credo, infine, di essere giunto a qualche conclusione interessante.

A giudizio di un certo diffuso progressismo, una teologia che accentui soprattutto la trascendenza di Dio finisce per vanificare il senso del mistero dell’incarnazione. Il centro della nostra fede è la novità assoluta del Dio fatto uomo, e quindi tutto il senso della rivoluzione cristiana dovrebbe convergere verso questa umanizzazione di Dio. Se, invece, si pretende ancora di far gravitare la fede cristiana verso il Dio trascendente, l’Uomo-Dio Gesù Cristo diviene un semplice riflesso della divinità, che rimane nel cielo, e la sua umanizzazione non è che una realtà astratta, oggetto di contemplazione, ma sterile come fermento per la vita del mondo.

Ciò giustifica l’accusa di “monofisismo”. In questa concezione, infatti, Cristo non sarebbe propriamente uomo, ma una natura umano-divina estranea alla vita dell’uomo reale, e quindi fuori dal suo mondo.

A questa severa critica della teologia “tradizionale” si deve, per prima cosa, obiettare che il punto di riferimento sostanziale di detta teologia è il Conciclio di Calcedonia, il quale condannò proprio quella eresia monofisita che ora i progressisti pretendono di attribuirle. Ed è, anzi, interessante il fatto che generalmente i progressisti non hanno simpatia per i concili del IV e del V secolo, e per Calcedonia in particolare.

Quale è, dunque, il senso di queste accuse? Che cosa, di fatto, esse nascondono? Il tentativo di metterlo in luce porterà a scoperte del massimo interesse.

Se ci chiediamo quale sia l’ispirazione che ha spinto tanta parte del pensiero cristiano della seconda metà del XX secolo ad enfatizzare il ruolo del cristianesimo quale fermento per la vita del mondo, la risposta non è difficile: la celebre XI tesi di Marx su Feuerbach: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».

Secondo questa concezione, speculazione e contemplazione sono sterili, mentre ciò che conta è l’azione sul mondo. Per chi, dunque, è affascinato da questa dottrina, non conta più l’“ortodossia”, bensì soltanto l’“ortoprassi”.

Fin qui non si è detto nulla di originale. Ma la cosa cambia aspetto se un maggiore approfondimento della dottrina di Marx ci porta a scoprire che essa ha un’origine teologica e che quella stessa origine riappare, come un fiume carsico che ritorna alla luce dopo un percorso sotterraneo, nella teologia progressita, senza, però, che ve ne sia coscienza.

Nonostante il tentativo di autori come Althusser, che hanno cercato di separare nettamente il Marx maturo da Hegel, rimane rigorosamente confermato che Marx rientra pienamente e senza ripensamenti nella tradizione hegeliana e che la sua riforma dell’hegelismo ne rappresenta una delle correnti più feconde e geniali. Ma se questo è vero. e se è vero che Hegel era propriamente un teologo, e che, a suo stesso dire, la sua filosofia non vuole essere altro che un’esplicitazione del mistero cristiano della Trinità, la conclusione è che non è possibile capire Marx senza far riferimento alla teologia cristiana.

I teologi progressisti sono partiti dall’affermazione della supremazia della prassi sulla teoria per giungere a vedere in Cristo sostanzialmente solo il fermento per la vita del mondo e per accusare di monofisismo chi non li segue in questo loro “prassismo”, ma non si sono accorti che Marx era giunto all’affermazione della supremazia della prassi sulla teoria proprio partendo dalla dottrina hegeliana sull’incarnazione quale “Venerdì Santo speculativo”, quale, cioè, estinzione del Dio trascendente e “risurrezione” della divinità nello spirito umano grazie alla presenza di Cristo incarnato nella vita del mondo.

È proprio questa la teologia che è stata inconsapevolmente ritrovata dal progressismo degli ultimi decenni, e se essa si oppone ad un preteso “monofisismo”, certamente, tuttavia, non costituisce un ritorno a Calcedonia!

Cosa significa, dunque? A cosa va incontro e quale strada ci indica? Lasciamo ora da parte le legittime critiche, da cui questa concezione non è certamente immune. Se una cosa essa ci può insegnare, è che il principio unitario di cui avvertivamo dolorosamente l’assenza nella teologia può essere uno solo: il mistero dell’incarnazione, che Hegel ha genialmente posto al centro della vita del mondo, ma che, tuttavia,  lungi dal dover essere ricondotto ad un preteso “Venerdì Santo speculativo”, deve essere invece ricollocato nella luce intramontabile di Calcedonia.

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