Metodio di Olimpo (morto intorno al 311 d.C.) Discorso sulla resurrezione, parte I, n. 8

Metodio, secondo la tradizione vescovo di Olimpo e martire, non è tra i Padri della Chiesa più generalmente conosciuti, anche se la sua opera è stata recentemente rivalutata. Il suo discorso “De resurrectione”, risalente forse verso il 310 d. C., ci è giunto integralmente soltanto in una versione paleoslava. Il brano che viene ora proposto, oltre a testimoniare il vigore del suo pensiero, può avere un ruolo fondamentale per un rinnovamento della teologia. Esso, infatti, mostra come alcuni temi ben presenti nel pensiero patristico siano stati poi emarginati nella teologia e nella catechesi che impropriamente chiamiamo “classica”

Non è esatto dire che l’universo sarà completamente distrutto e che il mare, l’aria e il cielo non vi saranno più. Perché il mondo intero sarà devastato dal fuoco dal cielo e bruciato con lo scopo di essere purificato e rinnovato, ma non perverrà ad una completa rovina e corruzione.

Poiché se fosse stato meglio per il mondo non esistere piuttosto che esistere, perché Dio, creando il mondo, avrebbe fatto la scelta peggiore? Ma Dio non opera invano e non fa ciò che è peggiore. Perciò Dio stabilì di creare il mondo in vista della sua esistenza e della sua permanenza, come è confermato anche dal Libro della Sapienza:  «Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte» (Sp 1, 14).

E Paolo lo testimonia con chiarezza quando afferma: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 19-21). 

Poiché la creazione è stata assoggettata alla vanità, egli dice, e prevede che essa sarà liberata da questa servitù – e per creazione egli intende questo mondo visibile. Infatti non ciò che non si vede, ma ciò che si vede è soggetto alla corruzione.

La creazione, dunque, dopo essere stata restaurata in una condizione migliore e più degna, permane piena di gioia e di esultanza per i figli di Dio e la resurrezione; e per amore di ciò essa ora geme e soffre, aspettando anch’essa la nostra redenzione dalla corruzione del corpo, cosicché, quando noi saremo risorti e avremo scosso la mortalità della nostra carne – secondo quanto è scritto: «Scuotiti la polvere, alzati, Gerusalemme schiava!» (Is 52, 2) – e saremo liberati dal peccato, anch’essa sarà liberata dalla corruzione e non sarà più sottoposta alla vanità, ma alla giustizia. Isaia dice ancora: «Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me – oracolo del Signore – così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome» (Is 66, 22). E ancora: «Poiché così dice il Signore, che ha creato i cieli; egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l’ha resa stabile e l’ha creata non come orrida regione, ma l’ha plasmata perché fosse abitata» (Is 45, 18).

Perché in realtà Dio non ha stabilito l’universo invano, o per nessun altro scopo che la sua distruzione, come dicono quegli uomini dalla mente debole, ma perché esistesse e perché fosse abitato e permanesse. Perciò la terra e il cielo dovranno esistere ancora dopo la conflagrazione e lo sconvolgimento di tutte le cose.

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