I nuovi orizzonti della scuola di San Benedetto (2)

di Massimo LAPPONI osb.

 

Abbiamo osservato che la scuola di San Benedetto pone l’accento su ciò che è essenziale – la formazione interiore dell’uomo – e colloca soltanto nel loro proprio ruolo ausiliario le pur necessarie e preziose utili doti e competenze umane     .

Ma vi sono due aspetti fondamentali da rilevare. Per prima cosa San Benedetto non si rivolge ai singoli, bensì ad una comunità, e ad una comunità impegnata a vivere quotidianamente una vita fraterna: proprio attraverso la rigenerazione, nella luce del Vangelo, della vita comunitaria di tutti i giorni, San Benedetto intende plasmare secondo Dio l’intima vita dei suoi discepoli. Inoltre, il fatto che le doti e le competenze umane siano messe in secondo piano e subordinate alla formazione morale e spirituale e alla carità fraterna, non significa che esse debbano essere trascurate. Al contrario, vi sono luoghi, nella Regola di San Benedetto, in cui si accenna esplicitamente alle doti e alle competenze richieste per espletare bene i ruoli propri della vita comune. Ma ciò che colpisce nelle indicazioni del santo è il fatto che queste doti e competenze devono soprattutto servire al buon andamento quotidiano della vita della comunità e che devono essere rigorosamente preservate da ogni contaminazione con sentimenti di orgoglio o di autocompiacimento.

Le sobrie indicazioni di San Benedetto su questo punto si possono considerare legittimamente come il fondamento di immensi sviluppi nella cultura, non solo benedettina, e la base di un’intera civiltà. Rileggendole, possiamo sottolineare tre esigenze indicate dal santo: l’ordine, l’umiltà, la valorizzazione dei talenti per la vita comune.

Ma ascoltiamo il testo della Regola.

Nel capitolo XXXVIII, sulla lettura in refettorio, si legge:

«Alla mensa dei monaci non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica».

Primo punto: l’ordine.

Subito dopo si legge:

«Dopo la Messa e la comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione di vanità».

Secondo punto: il mantenimento dell’umiltà.

Ma alla fine del capitolo il santo aggiunge:

«Però i monaci non devono leggere e cantare tutti secondo l’ordine di anzianità, ma questo incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i propri ascoltatori».

Terzo punto: la valorizzazione dei talenti per un degno servizio di Dio e dei fratelli.

Questi ultimi due punti sono ribaditi anche a proposito delle arti e dei mestieri, nel capitolo LVII:

«Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo permetta di nuovo».

Tutta l’incalcolabile operosità dei monasteri benedettini nel campo del lavoro, della carità, della cultura, della musica, del canto, dell’architettura e decorazione sacra e delle arti più diverse ha la sua radice in queste poche ma fondamentali indicazioni di San Benedetto.

Dunque la “Schola Dominici servitii” sarà una scuola che si svolge nel corso dell’attività quotidiana di una comunità che opera concordemente per il buon andamento della propria vita comune, e questo “buon andamento” richiede che tutti siano formati alle virtù del reciproco servizio, prestato con umiltà e carità fraterna, ma anche con precisione e competenza, e alla vita di preghiera, nutrita da una liturgia e da una lettura costante della parola di Dio bene eseguite.

La tradizione ha riassunto queste linee programmatiche nel motto “Ora et labora”, e se al nostro tempo qualcuno ha voluto completarlo nella forma “Ora lege et labora”, per sottolineare la frequentazione costante della Parola di Dio, la sottolineatura, indubbiamente giusta, appare, tutto sommato, superflua, dato che la “lectio divina” e la declamazione liturgica rientrano nell’“ora” e lo studio esegetico rientra nel “labora”.

Ciò che più conta è che per “ora” bisogna intendere soprattutto la preghiera liturgica e per “labora” principalmente l’umile servizio fraterno di tutti i giorni.

Questo significa che la scuola di San Benedtto è una scuola mortificante, perché non insegna le scienze? No, certamente! Come, infatti, l’esperienza storica abbondantemente dimostra, sia le esigenze della preghiera liturgica, sia quelle dell’umile servizio quotidiano fraterno richiedono un’immenso sviluppo delle più varie competenze e cognizioni scientifiche.

In un discorso memorabile, pronunziato a Montecassino il 21 marzo del 1942, il Beato Cardinale Ildefonso Schuster prospettava una grande missione, nel prossimo avvenire, per l’Ordine Benedettino. Egli vedeva la necessità che, sulle rovine della guerra, allora ancora incombente, l’umile operosità dei monaci insegnasse ai popoli le arti della vera ricostruzione, fondate sulla «rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore», quale è insegnata nella scuola di San Benedetto, per divenire «operai di Dio». Egli annunciava un tempo vicino in cui la famiglia benedettina avrebbe comunicato «anche ai laici il pane spirituale di San Benedetto». E se, dati i pregiudizi diffusi al suo tempo, il suo discorso tendeva a restringere questo «pane spirituale» alle «scienze» e alle «arti sacre», coltivate da un’élite intellettuale, riequilibrando il senso della sua omelia, possiamo certamente sottolineare come dall’umus dell’umile servizio fraterno quotidiano e della preghiera liturgica, curata con amore e competenza, si possano e si debbano sviluppare, a ricostruire e rallegrare i focolari domestici, sull’esempio dei monasteri, le più svariate arti e scienze, sacre e profane, non per la gloria delle accademie, ma per illuminare la vita quotidiana delle nostre famiglie e dell’intera società.

            Il discorso dello Schuster si può leggere, con alcune note di commento, tramite il seguente link (qui)

 

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