Le conseguenze del distacco del cristianesimo dalla sua matrice giudaica

di Massimo LAPPONI osb.

 

In continuità con l`articolo di Don Giulio Meiattini sulla scarsa o nulla considerazione della vita consacrata nei recenti trattati di ecclesiogia – vedi:

Vita consacrata: marginalità o emarginazione?

vorrei osservare come la tensione verso il fine escatologico e divino della vita e della storia umana si sia attenuata nella sensibilità cristiana contemporanea. Quali siano le cause e il senso di questo fenomeno ho cercato di illustrarlo nel saggio di recente pubblicazione “Per una teologia rinnovata” (Edizioni Sant`Antonio, 2018), di cui si spera di potere al più presto offrire una recensione che ne metta in luce i contenuti essenziali.

Vorrei ora far riferimento ad una riflessione scritta contemporaneamente al suddetto saggio e che ne approfondiva alcuni punti importanti. In questa riflessione – che si può leggere tramite il seguente link: https://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/l-antisemitismo-metafisico.html – si cercava di mettere in luce il legame essenziale che, se pure non in modo immediatamente visibile, congiunge l`insofferenza verso la dottrina tradizionale di una verità obiettiva, in dogmatica e in morale, quale è stata riaffermata dalla enciclica “Veritatis splendor” di Giovanni Paolo II, con una cristologia che, separandosi dalla severa pedagogia divina dell`Antico Testamento, finisce per esasperare, e infine per vanificare, il mistero centrale del cristianesimo, cioè il mistero dell`incarnazione.

A tal fine sottolineavo il processo storico della cristologia protestante di derivazione luterana, che, attraverso un percorso complesso, giungeva, con Hegel, a vedere nell`incarnazione di Dio nella storia umana la “morte di Dio”, cioè del Dio trascendente della tradizione giudaica ereditata dal cristianesimo ortodosso.

Ciò che ora vorrei maggiormente sottolineare è la dipendenza da questa cristologia di stampo hegeliano – che, come sostengo nel mio saggio, ha avuto un influsso incalcolabile, non soltanto in ambito teologico, ma in tutta la storia del mondo – di quella disaffezione dalle dottrine cristiane tradizionalmente considerate “oggettive” che minaccia di divenire prevalente nella teologia contemporanea.

Infatti, l’affermazione che il vero Dio non è conoscibile come realtà raggiungibile dal nostro pensiero, perché altrimenti diverrebbe non un “soggetto” ma un “oggetto”, ed è, perciò, soltanto nella nostra coscienza cristica che egli indirettamente si rivela nello svolgersi della storia del mondo, è di evidente derivazione hegeliana, anche se mediata da pensatori che erroneamente la vulgata manualistica presenta come “antihegeliani”, quali Kierkegaard e Heidegger – vedi:

https://www.academia.edu/36295879/Chiarimento_su_Kierkegaard_di_Don_Massimo_Lapponi.

Da questa pregiudiziale anti-oggettivista ovviamente non può derivare che un offuscamento della trascendenza divina, e quindi quella «Chiesa più “estroversa” verso gli uomini e il mondo che verso Dio» e la conseguente svalutazione della vita consacrata, specialmente claustrale, di cui parla Meiattini.

Come ho osservato nel mio saggio, in realtà la pregiudiziale, già esplicitamente presente in Kierkegaard, che una realtà per il fatto di essere “complemento oggetto” di un atto spirituale, quale la conoscenza o l’amore, automaticamente diventerebbe un “oggetto” materiale, e perciò manipolabile, è fondata su un elementare equivoco linguistico.

Le parole “oggetto” e “soggetto”, e i loro derivati, hanno, infatti, diversi significati, che tra loro sono equivoci – indicano, cioè, con lo stesso termine, realtà totalmente diverse. In quanto termini sostanziali, “soggetto” e “oggetto” indicano rispettivamente una “persona” e un “oggetto materiale”, mentre in quanto termini grammaticali, le stesse parole indicano nient’altro che gli enti che rispettivamente compiono e ricevono un’azione transitiva.

In questo senso, ad esempio, la mela è il soggetto che compie l’azione di colpire e Newton è l’oggetto che riceve l’azione compiuta dalla mela. Analogamente, il fedele che ama Dio è il soggetto dell’azione di cui Dio è il complemento oggetto. Ma non per questo la mela diventa un “soggetto” nel senso di “persona” – significato equivoco rispetto al “soggetto” in senso grammaticale – né Newton o Dio diventano “oggetto” nel senso di “oggetto materiale” – significato ugualmente equivoco rispetto ad “oggetto” in senso grammaticale.

Questa semplice precisazione potrebbe ingenerare qualche perplessità in quanti sono tentati di farsi risucchiare dalla cristologia di derivazione hegeliana, che minaccia, con la vanificazione del Dio del Sinai, di squalificare simultaneamente la tensione escatologica verso la trascendenza, il valore della vita consacrata claustrale e la conoscenza oggettiva dei misteri della fede e della legge morale.

 

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