La «stabilitas» benedettina per la “solidità totale”

APPROFONDIMENTO a cura di Sergio BINI.

 

Perché nelle Sacre Scritture le persone sono paragonate a delle “pietre”?

Nelle Sacre Scritture, quando Gesù parla alle folle ed ai propri discepoli utilizza spessissimo la modalità figurativa della “parabola”. Tra le metafore, quella che ricorre di gran lunga più spesso è, sicuramente, la “pietra” (e, quindi, la costruzione). Solitamente questo aspetto non viene approfondito adeguatamente.

Le origini vanno ricercate nelle parole del Vangelo di Matteo che correvano sula bocca degli abitanti di Nazaret, raccolti nella sinagoga, pieni di stupore per la sapienza manifestata da Gesù:  «Non è costui il figlio del falegname? E sua madre non si chiama Maria? (…)» [Mt 13, 55].

Ma il mestiere di Giuseppe – tradotto nell’italiano “falegname” – in realtà era (in lingua greca) «ó tektwn»: il carpentiere. In Palestina, all’epoca di Gesù, il carpentiere era: «l’uomo del legno, del ferro e della pietra, perché era a un tempo carpentiere, falegname, fabbro e muratore, l’uomo nel paese che sapeva fare tutto»[1].

Si trattava, quindi, di un tipo di lavoro che si svolgeva confezionando gli utensili necessari in agricoltura e nella gestione del bestiame, nella costruzione delle case e realizzando i pochi mobili previsti nelle abitazioni del tempo. Come sottolinea Fiorini: «era un lavoro che metteva in contatto con tutta la popolazione del villaggio, in un rapporto di servizio, e che garantiva una sicura identità professionale: ó tektwn, appunto»[2].

Nel Vangelo di Marco, Gesù viene identificato proprio con il suo lavoro di «ó tektwn» che gli è stato tramandatogli da Giuseppe: «(…) non è costui il carpentiere?» [Mc 6, 3].

Questa concetto-guida ha aiutato la Chiesa nelle scelte finalizzate al recupero dell’uomo e della sua azione quotidiana che diventa artigiano per la propria vita e per quella degli altri.

«Chi costruisce la propria impresa e le proprie iniziative economiche con sincero slancio per il bene comune è consapevole che i suoi sforzi e la sua

determinazione porteranno a frutti coerenti. In questo modo il lavoro diventa strumento di edificazione per sé e per le generazioni future (…)»[3].

Questa verità viene rivelata con grande semplicità da Matteo nel suo Vangelo:

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere» [Mt 7, 16-20]. Ed il Vangelo di Matteo, insieme con le Lettere di San Paolo Apostolo, hanno fortemente condizionato l’intera opera di Benedetto da Norcia, a partire dalla sua Regula.

La stabilità monastica: una regola di vita per le persone solide, equilibrate e lungimiranti.

La Madre Abbadessa Madre Cristiana Piccardo, osb, ha raccolto una serie di conferenze ed approfondimenti proprio sul tema della “stabilitas”; la prima conferenza si apre in maniera unica: «probabilmente l’espressione più sintetica e profonda del tema della stabilità monastica ci viene dal poeta, Dante Alighieri che, nella terza cantica del Paradiso, si incontra con San Benedetto.

«In compagnia di Virgilio, Dante è sceso lungo tutti i gironi dell’inferno, cioè nella profondità della sua miseria e del suo peccato, e ha asceso la montagna del Purgatorio, che è il monte del perdono e si trova ora, guidato da Beatrice, nel Paradiso con San Benedetto. Siamo nel cielo di Saturno, il cielo dei contemplativi, dominato da una scala di luce che sale direttamente all’Empireo. Il riferimento alla scala e allo zelo buono è tipicamente benedettino e Dante lo usa per introdurci al dialogo con San Benedetto. Benedetto appare a Dante come una sfera di luce, la più luminosa di tutte, e Benedetto presenta a Dante i grandi santi che gli sono compagni nella gloria (…).

«Ma la cosa più interessante è ciò che il Padre del monachesimo occidentale dice dei suoi figli: “Qui son li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo”.[4] Qui stanno i miei fratelli che mantennero fermi i loro piedi ed il cuore saldo dentro il chiostro. Furono fermi e saldi nel chiostro ed ora dominano la scala di luce che sale direttamente verso Cristo. Come se Benedetto volesse dire che la stabilità dei piedi e del cuore porta direttamente in Paradiso. Interessante questa definizione della stabilità che si riferisce ai piedi come al cuore: non sono fermi i piedi se è mobile il cuore. L’unione dei due apre le porte del Paradiso. (…)  San Benedetto non ha nella sua Regola un capitolo sulla stabilità, ma ha una dottrina chiarissima su questo valore peculiare della vocazione monastica. A parte il suo evidente rifiuto dei monaci girovaghi, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola: in tutto più abominevoli dei sarabaiti [RB, I], bastano alcune citazioni che toccano in forma molto diretta il tema della stabilità per avvicinarci a tale dottrina:

  • Cosicché, non discostandoci mai dal magistero di Dio, aderendo alla sua dottrina nel monastero con perseveranza sino alla morte, ci associamo con la sofferenza ai patimenti di Cristo, per meritare di essere partecipi anche del suo regno [RB, prologo];
  • L’officina poi, dove usare con diligenza tutti questi strumenti, sono i recinti del monastero e la stabilità della famiglia monastica [RB, IV];
  • Il monastero, se è possibile, deve essere organizzato in modo che tutte le cose necessarie (…) si trovino dentro l’ambito del monastero, perché i monaci non abbiano alcuna necessità di andare vagando fuori: ciò che non giova assolutamente alle anime [RB, LXVI];
  • [il novizio] sia accolto nella comunità, ma sappia bene che anche l’autorità della Regola stabilisce che non gli è ormai più lecito da quel giorno uscire dal monastero [RB, LVIII].[5]

«(…) la Regola resta una delle ultime voci dell’antica latinità che i monaci captarono dando a Benedetto il titolo di Abbas romanus, (…) Siamo in un’epoca di forte transizione. San Benedetto sfrutta il valore culturale del grande passato romano, ma è aperto alle profonde mutazioni storiche che stanno avvenendo intorno a lui. Di fatto, attorno ai monasteri si ricostruiscono lentamente i nuclei umani che erano stati dispersi dalle invasioni barbariche poiché i cenobi erano gli unici luoghi che potevano assicurare un minimo di continuità temporale in una società profondamente instabile. Quasi appoggiati alle mura dei monasteri si sviluppano effettivamente le “confraternite”, associazioni artigianali, piccoli paesi contadini che finiranno con il tempo per essere vere città, centri di ospitalità e, in certi casi, centri ospedalieri come ancora ritroviamo nel cammino verso Santiago di Compostela. (…)

«La visione della stabilità che sviluppa San Benedetto non è quindi solamente la preoccupazione di una difesa dal mondo degli ambiti claustrali (…) .

L’uomo ha sempre bisogno di una certa stabilità per potersi proiettare verso il futuro. Un uomo senza ancoraggio non salperà mai verso il mare aperto. Lo spazio monastico non appare più quindi come l’ambito protetto, ma come la città nuova, la civitas di un’umanità in sviluppo che cerca nuove possibilità di convivenza di dignità e di pace»[6].

I Monasteri e le Abbazie nascono come le “città dei monaci”.

In un compendioso volume dedicato a «Le città dei monaci – storia degli spazi che avvicinano a Dio», il prof. Federico Marazzi evidenzia che: «(…) il cenobio deve essere un hortus conclusus, in cui chi entra per sua libera scelta deve sentirsi motivato a rimanervi per il resto dei propri giorni, essendo aiutato dall’abate e dai confratelli a trovarvi quotidianamente l’alimento della propria vocazione, senza più avvertire il bisogno di guardare al di fuori dei suoi confini.

«Perché questo distacco netto verso l’esterno, di natura innanzitutto emotiva, possa realizzarsi pienamente, la comunità per quanto possibile deve attrezzarsi affinché le sia garantita l’autosufficienza materiale o, quanto meno, per ridurre al massimo la necessità di dipendere dall’esterno per assicurarsi tutti i servizi di cui essa normalmente ha bisogno: cosa che giustifica l’insistenza sull’opportunità che i monaci si dedichino in prima persona ad attività lavorative».[7]

L’hic et nunc [tr.: “qui e ora”] cenobitico assume una solida e stabile guida per la santa vita dedicata alla costruzione di una santità individuale e corale che si possa spiritualmente diffondere nello spazio ed in un tempo che traguarda all’eternità.

Basta qualche minima ed essenziale riflessione per comprendere che lo spirituale hic et nunc del monachesimo benedettino è sideralmente differente dal consumistico “qui e ora” che si trasforma in un “fast food”; che è ormai la cifra di riconoscimento dell’attuale società globalizzata, relativizzata, devalorializzata e banalizzata, che è stata scientemente privata di punti riferimento sociali, storici, culturali, generazionali e, soprattutto, cristiani.

Il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman, già un decennio fa, cercava di mettere in allarme gli occidentali, sottolineando che: «nella modernità liquida il tempo non è né ciclico né lineare, come normalmente è nelle altre società della storia (…), ma invece “puntillistico”, ossia frammento in una moltitudine di particelle separate, ciascuna ridotta ad un punto.

«Viviamo in un perpetuo e trafelato presente, in cui tutto è affidato  all’esperienza del momento, e in cui la perdita di senso del tempo ci accompagna allo svuotamento dei criteri di rilevanza che fanno distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero. E la nostra identità di persone, ieri faticosamente costruita su un progetto di vita, può essere oggi assemblata e disassemblata in modo intermittente e sempre nuovo, alla stregua di “un pacchetto pay-per-view” (…)»[8].

Conclusioni

Ma la visualizzazione plastica di cosa possa intendere Benedetto per “stabilitas” può essere colta al sesto capoverso del Prologo quando viene ricordato che: «(…) il Signore stesso dice nel Vangelo: “chi ode queste mie parole e le mette in pratica, io l’assomiglio a un uomo avveduto che innalzò la sua casa sulla roccia. Venne la fiumana, soffiarono i venti e fecero impeto in quella casa, ma essa non cadde perché era fondata sopra la roccia” [Mt 7, 24-25]».

La solidità del movimento benedettino appunto si basa su forti e non negoziabili principi, regole e valori cristiani – applicati interpretando correttamente le Sacre Scritture senza buonismi e scorciatoie grazie alla Lectio Divina – e grazie alla stabilità fisica e operativa delle persone che aderiscono al progetto di vita.

Il grande Abate di Praglia Dom Giorgio Giurisato ci ricorda che: «il voto di stabilità ferma il monaco “fino alla morte nel monastero”, assicura la sua appartenenza a una determinata comunità, fissa la sua “stabilità nella famiglia monastica”. Stabilità di luogo e di appartenenza.

«Due conseguenze ne derivano: una a livello comunitario e un’altra di tipo ecclesiale e sociale. La stabilità fa della comunità benedettina una famiglia, dove il giovane che entra può trovare monaci di tutte le età. È facile immaginare i vantaggi di reciproco arricchimento e maturazione, e nello stesso tempo l’eventuale sclerotizzazione delle difficoltà (…).

«La stabilità, quindi mentre dà un carattere definitivo alla scelta del monaco, mette la comunità nella condizione di maturare nella fedeltà, affrontando le situazioni concrete, senza eludere gli ostacoli (…).

«Dal punto di  vista ecclesiale e sociale la stabilità assicura una continuità di presenza nel tessuto della “storia locale”, dove il monastero si inserisce esercitando il suo influsso religioso e culturale, e risentendo quello dell’ambiente circostante».[9]

La comunità benedettina occidentale sulla base di queste “regole” formidabili, serie, ad altissimo contenuto valoriale (che pone al centro l’uomo e le comunità) continua ad operare in maniera eccezionale ancora oggi, dopo quindici secoli, a differenza della UE che è in affanno perché ha privilegiato quasi esclusivamente i  “mercati” e la “finanza”.

Nota

Il testo è un aggiornamento dell’omonimo articolo pubblicato sul n. 2/2018 (maggio-agosto) di NURSINI, Il Notiziario della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Benedetto e Scolastica dei Nursini di Roma [pp. 12 – 15]; www.nursini.org.

 


Riferimenti bibliografici
  1. Gauthier P, Gesù di Nazareth il carpentiere, Morcelliana, Brescia, 1970
  2. Fiorini Roberto, Gesù e il lavoro, in Servitium, III, 205 (2013), (pp. 72 – 78)
  3. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, Giuseppe Colaiacovo, Manlio Sodi, Tra etica e impresa la persona al centro, IF PRESS, Roma, 2013, p. 59
  4. Dante Alighieri, Paradiso, XXII, 40
  5. Cristiana Piccardo, La stabilità monastica, Borla Ed., Roma, 2010; pp. 17 e ss.
  6. Cristiana Piccardo, La stabilità monastica, Borla Ed., Roma, 2010; pp. 23 e ss.
  7. Federico Marazzi, Le città dei monaci – storia degli spazi che avvicinano a Dio, edizioni Jaca Book, Milano, 2015; p. 112
  8. Zygmunt Bauman, Vite di corsa – come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, Edizioni il Mulino, Bologna, 2009
  9. Giorgio Giurisato, Il cenobio di Benedetto: un’icona della Chiesa, Edizioni Abbazia di Praglia (PD), 2011; pp. 87 e ss.

 

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