Vita consacrata: marginalità o emarginazione?

di Giulio MEIATTINI osb.

 

Lo scorso anno ho avuto modo di dedicare un po’ di tempo a verificare quale considerazione avesse riservato la produzione ecclesiologica post-conciliare alla vita religiosa o, come ormai si dice con espressione più estesa e comprensiva, comunemente recepita, alla “vita consacrata”. I risultati di questa ricerca sono confluiti in un lungo articolo che ho pubblicato su Apulia Theologica, la rivista della Facoltà Teologica Pugliese (n. 2/2017). Ne riporto qui un breve condensato.

Sappiamo che la Costituzione dogmatica del Vaticano II sulla Chiesa Lumen gentium dedica alla vita religiosa un intero capitolo, il VI, dopo aver dedicato il cap. III alla costituzione gerarchica della Chiesa (ministri ordinati), il IV ai laici e, significativa “interruzione”, il cap. V all’universale chiamata alla santità di tutti i membri del popolo dei credenti che costituiscono il Corpo di Cristo e il Tempio vivo di Dio. Interruzione significativa, dicevo, quella del cap. V, dedicato alla vocazione dell’intero organismo ecclesiale alla santità, perché introduce, nella normale successione che ci si sarebbe aspettata – pastori, laici, religiosi – l’intermezzo di una trattazione su una delle quattro celebri “note” della Chiesa, la santità appunto. Questo affinché risultasse chiaro, anche dalla sequenza dei capitoli della Costituzione conciliare, quello che viene detto esplicitamente in Lumen Gentium 43: cioè che i religiosi, e tutti coloro che in vario modo professano i consigli evangelici, non sono collocabili nella Chiesa come un tertium genus dopo, oltre o  anche in mezzo tra i ministri ordinati e i laici; essi invece trascendono questa distinzione sacerdozio ministeriale e laicato, perché il loro stato “non è intermedio tra la condizione clericale e laicale, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono chiamati da Dio a fruire di questo speciale dono nella vita della Chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la sua missione salvifica” (n. 43).

Come recita il n. 44, riprendendo e confermando questo pensiero, “lo stato di vita costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non concernendo la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia stabilmente alla sua vita e alla sua santità”. In altri termini, la vita religiosa/consacrata è trasversale rispetto alla distinzione pastori-laici. Questa trasversalità non la rende però meno necessaria, anzi, proprio perché ha lo scopo di rammentare all’intera comunità dei fedeli e ai suoi pastori il fine e il senso ultimo della vita ecclesiale intera (la partecipazione alla santità del Dio vivo e vero), aldilà delle differenze di compiti e ruoli funzionali, essa “appartiene stabilmente (inconcusse) alla sua vita e alla sua santità”. Questo posto strategico assegnato alla vita religiosa nel disegno complessivo della Lumen Gentium è pensato in modo da mediare fra la vocazione universale dei battezzati alla santità e l’indole o destinazione escatologica ultima della Chiesa (di cui si parla subito dopo al cap. VII).

Questa concatenazione (chiamata universale alla santità, vita religiosa, compimento escatologico) sottintende che la vita religiosa e/o consacrata è l’espressione visibile più esplicita di quella tensione alla santità che è il principio vitale più profondo della Chiesa e che consiste nel protendersi al Regno venturo; oppure, in prospettiva invertita e complementare, che la vita religiosa è posta dallo Spirito nella Chiesa come segno anticipatore di quel Regno futuro che rappresenta la piena realizzazione della comune chiamata alla santità. Si può capire, dunque, che l’indebolimento della presenza e dell’azione dei consacrati, o una loro emarginazione, provoca un affievolimento del senso ultimo che dovrebbe informare la vita ecclesiale nella sua interezza: condurre il mondo verso l’incontro col Cristo glorioso.

Ora ci domandiamo: cosa ha fatto la riflessione ecclesiologica post-conciliare di questo rapporto fra vita consacrata e Chiesa? Dall’indagine che ho svolto – prendendo a campione circa trenta manuali di ecclesiologia dal 1967 a oggi e appartenenti a varie aree linguistiche, anche se tutti tradotti in italiano – ho fatto una scoperta sconcertante: la vita consacrata o scompare dall’attenzione dei teologi o riesce a malapena a ottenere un posticino al sole. Ho classificato e distinto queste opere, alcune delle quali molto diffuse e conosciute, in tre principali categorie. Sotto il titolo “la vita consacrata dimenticata” ho raccolto quindici testi, certuni di proporzioni monumentali, che tacciono completamente sulla vita consacrata. Sotto il titolo “la vita consacrata sottostimata” ho invece collocato cinque titoli che ne parlano sì, ma in modo del tutto insufficiente, relegandola magari in tre o quattro paginette all’interno di volumi che di pagine ne contano a centinaia. Infine, sotto il titolo “la vita consacrata riconosciuta” ho potuto, con qualche fatica, collocare sette manuali di cui possiamo dire che riconoscono in modo almeno “sufficiente”, la presenza della vita consacrata nella Chiesa.

A questi ventisette testi si aggiungano i quattro o cinque volumi che il noto teologo italiano Severino Dianich ha dedicato all’ecclesiologia nell’arco della sua intera esistenza. L’esame della sua rilevante produzione ecclesiologica porta a concludere, ancora una volta, che l’impianto di fondo della sua riflessione non riesce a rendere giustizia alla vita religiosa e/o consacrata così come il Vaticano II e il magistero successivo ce la presentano.

Questa ampia recensione mi ha condotto a concludere che tacere sulla vita consacrata o presentarla in modo insufficiente non è una questione marginale o di dettaglio, ma un vulnus per l’intera Chiesa e la sua missione salvifica nel mondo. Direi che non si tratta semplicemente di una debolezza dell’ecclesiologia attuale, ma di un segno di debolezza dell’ecclesiologia recente in quanto tale. Infatti, la vita consacrata non è una semplice parte del fenomeno ecclesiale, uno dei tanti carismi e ministeri, ma rappresenta l’espressione visibile della tensione e dell’orientamento più profondo della Chiesa intera, quella escatologica. Di questa “indole escatologica” dell’intera Chiesa, la “concentrazione su Dio” propria della vita religiosa/consacrata (cf Perfectae caritatis, 5-6) è il segno per eccellenza e la forza trainante più efficace. La vita consacrata, come ho già sopra accennato, ha il compito di riorientare sempre e di nuovo la Chiesa intera verso il suo luogo naturale: la sua destinazione principalmente dossologica che si realizza nel vissuto della santità cristiana.

Il telos della Chiesa non è la missione. Il suo telos è la laus Trinitatis, in vista della quale l’azione missionaria e pastorale è da pensare e da praticare in tutte le sue forme e urgenze. Lo “scopo” dell’azione ecclesiale è l’invio ad gentes, l’annunzio evangelico, ma il “fine” ultimo resta la gloria di Dio. Questo rapporto fra scopo e fine o fra fine primario e secondario, non mi sembra che sia sempre sufficientemente chiaro. Si ha l’impressione, non di rado, di una Chiesa che ha come suo ultimo interlocutore non Dio, ma il mondo. Di questa impostazione mentale e pratica, l’emarginazione della vita consacrata nelle ecclesiologie recenti è il sintomo più chiaro. Abbiamo a che fare ormai con una Chiesa più “estroversa” verso gli uomini e il mondo che verso Dio. Il ché è grave, perché significa un rovesciamento totale nell’ordine del rapporto fra Creatore e creatura, fra antropologia e teologia. Emarginare la vita consacrata, se leggiamo bene la Lumen gentium, vuol dire considerare la vocazione universale alla santità un dettaglio secondario e l’indole escatologica della Chiesa un accessorio.

La vita di conformazione al Cristo nella vita secondo i consigli evangelici, per sua natura tende a scegliere un posto marginale, per sottolineare la differenza fra l’aldiquà e l’aldilà (non essere del mondo). Ma quando questa marginalità si trasforma in emarginazione, è il cristianesimo nel suo complesso a rischiare di perdere la sua natura di sale e luce del mondo.

 

 

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