L’amministrazione sull’esempio della Regola di S. Benedetto

Riflessioni sul Capitolo 31: il cellerario del monastero

 

 

di Bernardino MANZOCCHI.

 

Nei contesti organizzativi, sia aziendali che pubblici, le tematiche riguardanti l’etica organizzativa sono riemerse in modo sempre più rilevante, direi, vistoso. Ciò è stato favorito dalla crisi economica successiva al 2008 ma bisogna dire che anche prima segnali in tal senso si erano visti.

Il tema della responsabilità sociale nei confronti di: consumatori, utenti, pazienti, lavoratori, clienti è un tema sempre più sentito perché può produrre danni economici e “di reputazione” all’organizzazione, ed impatta sull’identità del lavoratore.

Riemerge anche il tema della revisione del profitto in termini di benessere personale, organizzativo, ambientale e sociale.

Questo status di cose ha chiamato anche la psicologia del lavoro a interrogarsi su molte tematiche riguardanti i suoi ambiti di intervento.

Il rischio, quando vengono trattati temi etici, è che si sfoci in un moralismo che poi non produce nessun frutto e quindi bisogna essere molto concreti su tematiche come: gestione dei processi di cambiamento, analisi della struttura e della cultura organizzativa, gestione applicata ai nuovi modelli di leadership, capacità di cooperazione, gestione delle carriere, gestione della competizione e del conflitto, insomma un riesame di tutto ciò che attiene teorie, metodi e strumenti per la gestione delle risorse umane.

La Regola di San Benedetto è un codice che sta suscitando un evidente interesse in quanto essa norma la vita dei monasteri e amministra le abbazie benedettine da ben 15 secoli.

La Regola “norma” e “amministra”: sono i termini giusti? Si perché è proprio la Regola la protagonista centrale di questo successo.

Tutte le organizzazioni che hanno successo vengono studiate e diventano un archetipo di successo preso come modello dalle altre.

La Regola in questo è un esempio imponente: è la stessa da 15 secoli e ha attraversato la tarda epoca romana, il medioevo, l’umanesimo, il rinascimento, la rivoluzione francese, la nascita delle nazioni e le guerre mondiali. È arrivata a noi cosi come era stata scritta e ha continuato ad amministrare con successo tutte le abbazie.

L’interesse è d’obbligo, verrebbe da dire!

Quello che voglio fare in queste poche righe è analizzare un capitolo della Regola e “scassinarlo” un po’ per carpirne qualche riflessione, utile per l’amministrazione delle organizzazioni.

Vediamo dunque il capitolo 31, quello riguardante il cellerario, cioè l’amministratore del monastero, in sostanza quello che gestisce i soldi. Facendo un paragone con una azienda/organizzazione, l’abate può essere inteso come il presidente di una organizzazione e il cellerario può essere inteso come l’amministratore delegato. Proseguendo con questa metafora Presidente/Abate e Cellerario/Amministratore Delegato vediamo se è possibile ricavare qualche buon consiglio.

Nei primi due versetti del capitolo 31 si indicano le caratteristiche della personalità del cellerario, il “profilo” diremmo in linguaggio aziendale:

Come cellerario del monastero si nomini tra i membri della comunità un fratello saggio, maturo, sobrio, temperante, non orgoglioso, non insolente, non pigro, non prodigo, ma pieno di timor di Dio: sia insomma come un padre per la comunità.

Sebbene non possiamo approfondire molto in questa sede, possiamo certamente notare che ogni aggettivo meriterebbe un saggio apposito. Sono caratteristiche sulle quali la letteratura è ingente. Comunque, sintetizzando, possiamo dire che S. Benedetto cerca una persona equilibrata con una spiccata propensione alla paternità, intesa appunto come predisposizione alla concreta e buona amministrazione della famiglia.

Nel “profilo” viene menzionato il “timore di Dio”. Esso, dal punto di vista psicologico, potrebbe essere considerato come un insieme di tratti, aspetti e caratteristiche molto importanti della personalità che volutamente non tratto perché merita altro approfondimento.

Seguono poi indicazioni molto concrete. Vediamole:

Abbia cura di tutti. Non faccia nulla senza il permesso dell’abate: ne esegua fedelmente gli ordini. Non contristi i fratelli. Se uno gli chiede qualcosa senza ragione, non lo umili con il disprezzo, ma pacatamente e con parole persuasive gli spieghi il rifiuto che è costretto a dargli.

Al celleraio viene chiesto di seguire le indicazioni dell’abate, come a qualunque amministratore delegato nei confronti del presidente. In seguito gli viene chiesto di spiegare ogni scelta e di non rendere tristi i confratelli/lavoratori a causa di scelte economiche. Questa indicazione è molto importante, perché attiene al clima del gruppo. San Benedetto, infatti,sembra conoscere benissimo gli effetti della giustizia aziendale sul gruppo: infatti, anche il rifiuto di richieste irrazionali va motivato in modo attento all’altro. L’indicazione è ripetuta nei passi successivi:

Si distribuisca o si richieda quanto necessario ad ore opportunamente stabilite, affinché nella casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi.

Ancora qui:

Curi tutti gli affari affidatigli dall’abate e non presuma immischiarsi in quelli che gli vengono proibiti. Fornisca ai fratelli la quantità di cibo stabilita, senza arroganza o ritardo, per non scandalizzarli, ricordando, secondo la parola divina, ciò che merita «colui che ha scandalizzato uno di questi piccoli».

E ancora – ma qui “ribadisce” una caratterista del profilo, che è appunto quella dell’umiltà: dico “ribadisce”, perché l’umiltà è una caratterista che è centrale e pregnante di tutta la spiritualità benedettina -:

Possegga soprattutto l’umiltà; e se non può dare la cosa che gli viene richiesta, abbia almeno una risposta buona, come dice la Scrittura: «Una buona parola vale più di ogni dono prezioso»

San Benedetto sembra sapere benissimo che il rispetto della persona che ci rivolge delle richieste non può essere imparato freddamente come una procedura, ma attiene direttamente ad un lavorio che coinvolge la personalità in tutti i suoi aspetti, compreso quello spirituale.

Una successiva indicazione riguarda i frequentatori del monastero – li potremmo definire i clienti del monastero. Si nota in queste parole una particolare enfasi di importanza, perché la cura dei frequentatori del monastero è legata direttamente alla cura della propria anima e al giudizio di Dio.

Si preoccupi della sua propria anima, non dimenticandosi mai del detto dell’Apostolo: «Coloro che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico» (1 Tm 3,13). Abbia speciale cura dei malati, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri, sapendo che di essi darà conto nel giorno del giudizio.

La cura degli oggetti del monastero non è meno importante delle altre attività. In epoca di consumismo questa indicazione è assolutamente contro corrente, ma il tema del risparmio delle risorse sta tornando più che mai attuale nelle aziende, sia per i costi derivanti dall’acquisto del nuovo, sia per gli standard ecologici che impongono sempre più il riciclo e l’uso intelligente delle risorse. Il passo che segue in questo senso è molto chiaro.

(Il cellerario) tratti le suppellettili e i beni del monastero come farebbe con i vasi sacri dell’altare; non ritenga nessuna cosa di poco conto. Inoltre non sia avaro né prodigo né dissipatore delle sostanze della comunità. Faccia tutto con moderazione e con il permesso dell’abate.

Infine un’indicazione per l’abate: fornire aiutanti se necessario, come indicato nel passo che segue.

Se la comunità è numerosa, si diano al cellerario alcuni aiutanti, affinché possa compiere il proprio dovere con serenità.

La lezione che possiamo trarre è che per amministrare bisogna essere persone con esperienza ed equilibrate dentro e fuori. Ma non è un equilibrio statico dovuto a immobilità forzata, ma un equilibrio frutto di cose fatte, di esperienze messe a frutto, di condivisione con gli altri, di attenzione agli errori commessi da altri, ed infine di libero apporto dei singoli.

Note:

-Traduzione della Regola di San benedetto a cura dell’Abbazia di Noci.

 

 

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